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SARDEGNA

Veli vietati e classi con meno stranieri: la scuola vista dall'isola

Il governo approva nuove regole scolastiche su copricapi e alunni non italofoni. In Sardegna, dove molte classi dell'interno si reggono sui bambini stranieri, il conto è tutto da fare.

Gavino Sanna896 wordsEdition №131mercoledì 30 settembre 2026 — Edizione № 131

Il governo italiano ha approvato nuove regole scolastiche che vietano i copricapi, incluso il burqa, e limitano il numero di studenti che non parlano fluentemente italiano. Lo riferisce Deutsche Welle, secondo cui la misura porta la firma dell'esecutivo guidato da Giorgia Meloni. La notizia arriva mentre l'edizione gemella de La Veduta apre proprio su questo tema.

Per la Sardegna la questione non è teorica. Nei piccoli comuni dell'interno le classi sopravvivono spesso grazie ai figli di famiglie straniere, e un tetto agli iscritti non italofoni rischia di trasformare una regola pensata per le grandi città in un colpo alla tenuta demografica delle scuole di paese.

La stampa estera non entra nel dettaglio dell'applicazione regionale, e su questo siamo prudenti: Deutsche Welle parla di una norma nazionale, non di numeri sardi. Resta il fatto che la Sardegna è tra le regioni che perdono popolazione più rapidamente, e ogni regola sull'accesso scolastico va letta anche come politica demografica.

Il dibattito internazionale si concentra sui diritti e sull'integrazione. Per un'isola che invecchia e si spopola, la domanda è più concreta: chi riempirà le aule, e a quali condizioni.

Lo riferisce Deutsche Welle, che attribuisce la misura all'esecutivo della premier Giorgia Meloni. La rete tedesca inquadra la decisione come parte di una linea più ampia sul controllo dell'immigrazione e sull'identità nazionale.

La copertura internazionale insiste sul principio: l'obbligo di frequenza, il diritto all'istruzione, il rapporto tra scuola pubblica e libertà religiosa. Sono questioni che riguardano l'Italia intera, ma che in Sardegna assumono un peso diverso, perché qui la scuola è spesso l'ultimo presidio pubblico rimasto in molti comuni dell'interno.

L'isola ha circa un milione e mezzo di abitanti e perde residenti ogni anno. Nei villaggi dell'Ogliastra, del Nuorese e del Medio Campidano le pluriclassi sono già la norma, e in diversi casi la chiusura di una scuola elementare è stata evitata solo dall'arrivo di famiglie straniere, spesso impiegate nell'agricoltura o nella pastorizia.

Su questo punto le fonti estere non offrono dati regionali e non li inventiamo. Deutsche Welle descrive una regola nazionale; non dice quanti alunni stranieri frequentino le scuole sarde né come il tetto verrà calcolato. Chi scrive può solo rilevare che la misura tocca un equilibrio già fragile.

Il nodo del copricapo è il più visibile all'estero. La stampa internazionale lo collega al dibattito europeo sulla laicità dello spazio pubblico, dalle leggi francesi ai divieti locali in Belgio e Germania. L'Italia arriva a questa discussione con una tradizione diversa, in cui il crocifisso resta esposto nelle aule e il rapporto tra Stato e Chiesa cattolica è regolato da un concordato.

Il secondo elemento, il limite agli alunni non italofoni, è meno spettacolare ma più incisivo. Nella pratica significa classi con una quota massima di studenti da inserire in percorsi di italiano come seconda lingua, con risorse di sostegno che nelle regioni a bassa densità sono già scarse.

La Sardegna è una regione a statuto speciale, e questo le dà margini di adattamento in materia di istruzione e di tutela delle minoranze linguistiche. La lingua sarda è riconosciuta da una legge nazionale e da norme regionali, e convive nelle scuole con l'italiano e, in alcune aree, con il catalano di Alghero e il gallurese. Un tetto sui non italofoni apre inevitabilmente la domanda su come si conti la competenza linguistica.

Le reazioni politiche italiane non sono oggetto di questa cronaca, perché la regola de La Veduta è chiara: si riferisce ciò che riporta la stampa estera. Deutsche Welle registra l'approvazione del provvedimento; il dibattito parlamentare e le eventuali modifiche in sede di attuazione restano da seguire.

Per le famiglie straniere già radicate sull'isola, molte delle quali lavorano nei cantieri, negli alberghi della costa e nelle campagne, la norma introduce un'incertezza in più. Le iscrizioni scolastiche si preparano mesi prima, e una regola che cambia i criteri di accesso ha effetti immediati sulla scelta di restare o spostarsi sulla penisola.

C'è poi la questione dei numeri assoluti. La Sardegna ha una delle densità abitative più basse d'Italia e una rete scolastica molto dispersa. Un tetto pensato per classi sovraffollate delle periferie metropolitane può risultare inapplicabile, o persino controproducente, in un paese di trecento abitanti dove l'unica classe rischia di chiudere.

La stampa britannica e tedesca ha seguito con attenzione, negli ultimi anni, il tema della denatalità italiana e delle scuole che chiudono. Il caso sardo è citato raramente, ma è tra i più netti: interi comuni dell'interno hanno perso la metà dei residenti in mezzo secolo, e la scuola è spesso l'ultimo servizio a rimanere.

Su questo sfondo, la nuova regola va letta su due piani. Sul piano dei diritti, riguarda l'accesso all'istruzione e la libertà di abbigliamento. Sul piano demografico, riguarda la capacità dell'isola di trattenere e attrarre chi può ripopolare le sue valli.

La copertura internazionale non offre ancora elementi su come il ministero intenda applicare il limite, né su eventuali deroghe per le aree a spopolamento. Fino a quando questi dettagli non emergeranno, la posizione più onesta è quella di registrare la norma e le sue implicazioni generali, senza anticipare effetti locali che nessuna fonte conferma.

Resta un punto fermo. In Sardegna la scuola è stata, per generazioni, il canale dell'emancipazione e dell'uscita dalla povertà rurale. Qualunque regola che ne restringa l'accesso merita di essere valutata anche da questa prospettiva, che è quella di un'isola che ha conosciuto l'emigrazione di massa e ne conosce ancora il prezzo.

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