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PIEMONTE

Il gatto che sfidò Mussolini: le sorelle Wulz e la fotografia come resistenza

Il Guardian racconta Wanda e Marion Wulz, che usarono l'obiettivo contro il patriarcato fascista

Lorenzo Ferraris648 wordsEdition97venerdì 28 agosto 2026 — Edizione № 97

C'era una volta un gatto di nome Mucincina che combatté Mussolini. O meglio: ci furono due sorelle, Wanda e Marion Wulz, che usarono la fotografia per sfidare il patriarcato sfrenato dell'Italia fascista. Lo racconta il Guardian in un servizio dedicato alle due artiste triestine.

Le sorelle Wulz fotografarono ballerine, schermidori e altre donne famose, trasformando l'animale domestico in un'arma. Il loro studio, a Trieste, divenne un laboratorio di immagini che sfidavano i canoni dell'epoca.

Il Guardian dedica un ampio servizio alle sorelle Wulz, Wanda e Marion, fotografate a Trieste nella prima metà del Novecento. Il titolo è evocativo: 'Il gatto che combatté Mussolini'. L'animale, una gatta di nome Mucincina, compare in alcuni dei loro scatti più noti, ritratta con la stessa dignità delle modelle umane.

Wanda Wulz, la più celebre delle due, è ricordata per i suoi ritratti di donne — ballerine, atlete, artiste — e per le sperimentazioni fotografiche che mescolavano il ritratto con le avanguardie del tempo. La sua 'Io + gatto' (1932) è tra le immagini più note della fotografia italiana del Novecento: un autoritratto in cui il volto della fotografa si fonde con quello della gatta.

Il servizio del Guardian sottolinea come le sorelle Wulz lavorassero in un contesto difficile. L'Italia fascista imponeva un'immagine della donna legata alla maternità e alla domesticità. Le fotografie delle Wulz, al contrario, mostravano donne attive, sportive, indipendenti: una forma di resistenza culturale, più che politica.

La storia delle sorelle Wulz è anche una storia di Trieste, città di confine dove culture diverse si mescolavano. Il loro studio, aperto dal padre Giuseppe, era frequentato da una borghesia colta e cosmopolita, in contrasto con la retorica nazionalista del regime.

Per un lettore piemontese, la vicenda delle Wulz richiama un altro capitolo di storia della fotografia italiana: quello di Torino, dove nell'Ottocento e nel primo Novecento operavano studi come quello dei fratelli Bricarelli o di Secondo Pia, che nel 1898 fotografò la Sindone per la prima volta. Una tradizione di sperimentazione tecnica e artistica che attraversa il Nord Italia.

Il Guardian ricorda che Wanda Wulz partecipò alle esposizioni internazionali e fu in contatto con i movimenti fotografici d'avanguardia, come il futurismo. La sua opera, a lungo dimenticata, è stata riscoperta negli ultimi decenni grazie a mostre e studi dedicati alle donne fotografe.

Marion Wulz, la sorella, è meno conosciuta ma parte integrante dello studio di famiglia. Insieme, le due donne gestirono l'attività dopo la morte del padre, in un'epoca in cui le professioni artistiche erano dominate dagli uomini.

La scelta del Guardian di raccontare questa storia a fine agosto 2026 non è casuale. Il dibattito sul ruolo delle donne nella storia dell'arte è più vivo che mai, e la fotografia — un campo in cui le donne hanno spesso lavorato in modo più libero rispetto alla pittura o alla scultura — è al centro di una rivalutazione critica.

Le fotografie delle Wulz sono oggi conservate in collezioni pubbliche e private, e alcune sono state esposte in mostre internazionali. Il loro lavoro, nota il Guardian, anticipa di decenni temi come l'identità di genere e il rapporto tra umano e animale.

Mucincina, la gatta, non è solo un soggetto: è una presenza che umanizza e insieme strania i ritratti. In piena epoca fascista, mostrare una donna che si fonde con un gatto era un'affermazione di libertà — la libertà di essere altro rispetto ai modelli imposti.

La vicenda delle Wulz, raccontata da un giornale inglese, dice anche qualcosa su come l'Italia viene vista dall'estero: un paese con una storia culturale ricchissima, ma anche con zone d'ombra che la ricerca contemporanea sta illuminando.

Per il Piemonte, la lezione è vicina. Anche a Torino e nelle sue valli, molte artiste e fotografe hanno lavorato nell'ombra, spesso dimenticate. La riscoperta delle Wulz è un invito a guardare con occhi nuovi gli archivi locali.

Il Guardian conclude il suo servizio con una nota sul valore della memoria. Le fotografie delle sorelle Wulz sopravvivono ai regimi e alle mode: sono il segno che l'arte, anche la più apparentemente leggera, può essere un atto di resistenza.

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