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SARDEGNA

Satelliti militari e protesta rurale: la Sicilia racconta la Sardegna di domani

Un documentario sulla resistenza locale al sistema MUOS americano in Sicilia riporta alla luce una tensione che riguarda anche la Sardegna: quando l'infrastruttura strategica globale confligge con l'autonomia territoriale

Filing from Cagliari and the interior945 wordsEdition59martedì 28 luglio 2026 — Edizione № 59

The Guardian ha recensito il 27 luglio il documentario 'Valentina e i MUOSters', di Francesca Scalisi, che ritrae la lotta di una giovane donna e della sua comunità siciliana contro il sistema di comunicazioni mobili militari statunitense (MUOS) arrivato nel loro territorio rurale. L'acronimo MUOS sta per Mobile User Objective System, un'infrastruttura di comunicazione tattica della Marina statunitense. Il documentario mostra come le promesse di modernità e sicurezza si scontrano con le preoccupazioni locali sulla salute, sull'ambiente e sull'autonomia territoriale.

Per la Sardegna, che ospita una delle maggiori concentrazioni di basi e infrastrutture militari straniere dell'Italia, il tema non è astratto. L'isola è stata scelta come territorio strategico per decenni: basi aeree, poligoni di tiro, installazioni radar. La popolazione sarda ha vissuto questa condizione con una miscela di rassegnazione, protesta episodica e consapevolezza che l'economia locale dipende in parte da queste presenze.

Il documentario di Scalisi, come ha notato The Guardian, non è una semplice denuncia ambientale. È una storia di conflitto di valori: la giovane protagonista cerca l'autosufficienza e una vita legata alla terra e alla comunità, mentre lo stato e l'alleanza militare globale portano avanti progetti che alterano il paesaggio e il controllo locale su esso. È una tensione che la Sardegna conosce bene, anche se raramente rappresentata così direttamente nel cinema internazionale.

La Sicilia e la Sardegna condividono una geografia e una storia simili: isole mediterranee, marginalizzate dalla politica nazionale italiana, ricche di patrimonio culturale ma economicamente fragili, e trasformate in zone strategiche per la NATO e gli Stati Uniti durante la Guerra Fredda e oltre. Entrambe hanno ospitato basi, poligoni, infrastrutture che erano considerate necessarie alla difesa occidentale, ma che hanno anche limitato lo sviluppo autonomo e creato conflitti con le comunità locali.

Nel caso del MUOS in Sicilia, secondo The Guardian, la protesta locale ha sollevato questioni sulla trasparenza delle decisioni, sui rischi ambientali e sulla salute. Non è stata una protesta anti-americana nel senso tradizionale, ma una protesta per il diritto di sapere, di decidere, di controllare il proprio territorio. Questo diritto è stato spesso negato alle comunità insulari italiane.

La Sardegna ha una lunga storia di coesistenza con le basi militari. La base aerea di Decimomannu, il poligono di Salto di Quirra, le installazioni radar — sono parte del paesaggio sardo. Molte comunità locali hanno accettato queste presenze come inevitabili, anche se non senza resistenza. Ma l'accettazione non significa consenso informato o beneficio equo. Spesso significa mancanza di voce.

The Guardian ha notato che il titolo del documentario — 'Valentina e i MUOSters' — evoca una storia di fantascienza anni '50, anche se le immagini del film sono radicate nel dramma della vita quotidiana. È una scelta narrativa intelligente: trasforma una questione locale e contemporanea in una riflessione più ampia su come la tecnologia e il potere globale trasformano il territorio e la vita delle persone che vi abitano.

In Sardegna, una riflessione simile potrebbe riguardare i poligoni di tiro nel Salto di Quirra, dove per decenni sono state condotte esercitazioni militari, e dove le comunità locali hanno segnalato preoccupazioni sulla contaminazione ambientale e sulla salute. Come in Sicilia, il conflitto non è tra modernità e tradizione in senso semplice, ma tra chi decide per il territorio e chi vi abita.

La recensione di The Guardian suggerisce che il documentario tocca una questione universale: il diritto delle comunità locali a partecipare alle decisioni che le riguardano, soprattutto quando queste decisioni sono prese a livello di stato-nazione o di alleanza internazionale. In un'epoca di globalizzazione e di infrastrutture strategiche sempre più complesse, questo diritto è frequentemente violato o ignorato.

Per la Sardegna, il documentario di Scalisi è anche uno specchio. Mostra come una comunità rurale può organizzarsi e opporsi a decisioni imposte dall'alto, e come quella opposizione può trovare una voce artistica e internazionale. È raro che le proteste locali sarde ottengano questa visibilità globale. Più spesso rimangono confinate ai giornali regionali e alle discussioni locali.

The Guardian ha notato che il film è radicato nel 'dramma della vita quotidiana'. In Sardegna, quel dramma esiste da decenni: decidere se rimanere in un territorio trasformato da infrastrutture militari, oppure emigrare. Decidere se accettare i benefici economici limitati e incerti che queste basi portano, oppure rischiare la perdita di opportunità. È una scelta che molti giovani sardi non hanno mai avuto il lusso di fare liberamente.

La presenza della Guardia Costiera negli stessi giorni in cui il documentario viene recensito — evacuando persone da incendi costieri — ricorda anche che il territorio sardo è vulnerabile su più fronti. Non solo infrastrutture militari imposte, ma anche cambiamento climatico, depopolamento, erosione economica. La Sardegna non ha il controllo su nessuno di questi fattori, proprio come la comunità siciliana del MUOS non ha avuto controllo sulla decisione di ospitare i satelliti americani.

Il titolo del documentario — 'Valentina e i MUOSters' — gioca anche sulla parola 'mostri'. I satelliti militari non sono mostri nel senso letterale, ma rappresentano una forma di potere invisibile e difficile da contestare. Sono infrastrutture astratte, lontane dal cielo, che però hanno conseguenze concrete sulla terra e sulla vita di chi la abita. Questo è il vero tema: come il potere globale e la tecnologia militare trasformano i territori locali senza il consenso autentico di chi vi vive.

Per la Sardegna, il messaggio del documentario di Scalisi è che la resistenza locale è possibile, anche se difficile. È possibile organizzarsi, protestare, raccontare la propria storia. E se quella storia trova una piattaforma internazionale — come il circuito dei festival cinematografici e la critica di The Guardian — allora il territorio locale acquisisce una visibilità e una voce che prima non aveva. È un modello che altre comunità sarde potrebbero considerare.

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