ABRUZZO
Liberate i lidi. Chi vincerà la guerra sulle spiagge italiane
Mentre la costa si privatizza, i movimenti per le spiagge libere sfidano un sistema che esclude i cittadini dal mare
Marco Di Sante793 wordsEdition №51lunedì 20 luglio 2026 — Edizione № 51
Quasi tutti i tratti sabbiosi dei 8.000 chilometri di costa italiana sono gestiti a scopo di lucro, secondo un'inchiesta del Guardian. Oggi i sostenitori delle 'spiagge libere' stanno combattendo contro un sistema consolidato di concessioni private, contro la mafia che gestisce alcuni stabilimenti, e contro una burocrazia che sembra proteggere gli interessi commerciali piuttosto che l'accesso pubblico al mare.
Il fenomeno non è nuovo, ma la resistenza si sta organizzando. Il Guardian ha raccontato come attivisti e cittadini comuni stanno sfidando il monopolio dei lidi privati, cercando di recuperare tratti di spiaggia per l'uso pubblico. In alcuni casi, i movimenti hanno ottenuto piccole vittorie. In altri, lo scontro rimane irrisolto.
Per l'Abruzzo, la questione è particolarmente acuta. La costa abruzzese, lunga 130 chilometri, è uno dei pochi tratti del Adriatico dove ancora esistono spiagge pubbliche significative. Ma anche qui, la privatizzazione avanza. Comuni e concessioni private stanno progressivamente riducendo lo spazio disponibile per chi non può pagare l'accesso ai lettini e agli ombrelloni.
Quasi tutti i tratti sabbiosi dei 8.000 chilometri di costa italiana sono gestiti a scopo di lucro, secondo un'inchiesta del Guardian pubblicata domenica.
La testata ha sottolineato che il sistema delle concessioni balneari è stato ereditato da decenni di legislazione che ha privatizzato progressivamente il demanio marittimo, trasformando il mare da bene pubblico a asset commerciale.
La costa abruzzese, lunga 130 chilometri, è uno dei pochi tratti dell'Adriatico dove ancora esistono spiagge pubbliche significative. Secondo i dati regionali, circa il 70 per cento della costa abruzzese è oggi in concessione privata.
Il Guardian ha evidenziato come il sistema delle concessioni sia intrecciato con interessi criminali. In alcune regioni, la mafia ha utilizzato i lidi come strumenti di riciclaggio e controllo territoriale. In Abruzzo, il fenomeno è meno diffuso che in Campania o Calabria, ma non assente. Le autorità hanno segnalato casi di infiltrazione mafiosa anche nei comuni costieri abruzzesi.
La questione è anche una questione di classe. Chi ha denaro può accedere alle spiagge private, con servizi, bar, lettini confortevoli. Chi non ha denaro deve cercare gli ultimi tratti di spiaggia libera, spesso sporchi, privi di servizi, e sempre più rari. Il Guardian ha citato attivisti che denunciano come questo sistema escluda i cittadini a basso reddito, le famiglie numerose, i turisti poveri dal diritto di stare al mare gratuitamente.
In Abruzzo, il movimento per le spiagge libere è ancora debole rispetto ad altre regioni italiane. Ma sta nascendo. Negli ultimi anni, piccoli gruppi di cittadini hanno organizzato occupazioni simboliche di spiagge private, hanno presentato ricorsi amministrativi contro le concessioni illegittime, hanno chiesto ai comuni di non rinnovare le concessioni scadute. Il successo è stato limitato, ma la consapevolezza cresce.
Il Guardian ha sottolineato che il problema ha radici legali profonde. Le concessioni balneari in Italia sono state storicamente assegnate dai comuni con scarsa trasparenza, spesso a favore di imprenditori locali ben connessi. Quando le concessioni scadono, vengono rinnovate automaticamente, creando un sistema di fatto permanente. Pochi comuni hanno il coraggio politico di non rinnovare e di aprire la spiaggia al pubblico.
L'Abruzzo ha una storia particolare. Dopo il terremoto di L'Aquila del 2009, molte risorse pubbliche sono state dedicate alla ricostruzione dell'interno montano, non alla costa. La costa è rimasta in secondo piano, gestita da amministrazioni locali spesso deboli e poco innovative. Questo ha favorito il consolidamento del sistema delle concessioni private.
Il Guardian ha anche notato che il conflitto sulle spiagge è un indicatore di una tensione più ampia: il conflitto tra il diritto pubblico e il profitto privato. In Italia, il mare è tecnicamente proprietà dello Stato, ma è gestito come se fosse privato. Le concessioni sono affitti a basso costo concessi a privati che traggono enormi profitti dalla gestione dei servizi balneari.
Negli ultimi anni, la Commissione europea ha iniziato a scrutinare il sistema italiano delle concessioni, considerandolo una forma di monopolio che viola le norme sulla concorrenza. Alcuni comuni hanno iniziato a mettere a gara le concessioni, aprendo il mercato a operatori nuovi. Ma il cambiamento è lento e incontра resistenza.
In Abruzzo, il movimento per le spiagge libere sta guadagnando visibilità. Nel 2025, alcuni comuni costieri hanno iniziato a riservare percentuali di spiaggia all'uso pubblico gratuito. Piccoli passi, ma significativi. Il Guardian ha notato che in altre regioni, come la Toscana, i movimenti per le spiagge libere hanno ottenuto risultati più significativi.
La battaglia non è solo ambientale o economica. È anche una battaglia per il diritto di accesso a uno spazio pubblico. In una regione dove il turismo è una risorsa importante, ma dove molti cittadini locali non possono permettersi di stare in spiaggia nei mesi estivi, la privatizzazione del litorale rappresenta un'esclusione simbolica dal proprio territorio. Questa è la lezione che il Guardian ha evidenziato: il mare non dovrebbe essere un lusso.
