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NAZIONALE

La guerra delle spiagge libere divide l'Italia

Il Guardian racconta la battaglia dei cittadini contro il monopolio privato di 8.000 km di costa. Dalla mafia ai lettini, il prezzo della libertà

Giulia Benati1,389 wordsEdition51lunedì 20 luglio 2026 — Edizione № 51

Quasi tutti i tratti sabbiosi dei 8.000 chilometri di costa italiana sono gestiti a scopo di lucro, e i sostenitori delle 'spiagge libere' stanno combattendo una guerra su più fronti: contro la mafia, contro l'esercito, contro coloro che traggono profitto dai lettini e dai cocktail. Il Guardian ha raccontato questa battaglia come uno dei conflitti civili più significativi dell'Italia contemporanea.

La privatizzazione della costa italiana non è un fenomeno recente. Decenni di concessioni pubbliche hanno trasformato le spiagge in un'industria redditizia, dove i gestori privati controllano l'accesso, fissano i prezzi e decidono come gli italiani e i turisti possono trascorrere il loro tempo al mare. Il risultato è un paesaggio costiero dove la libertà di accesso è diventata un privilegio pagato.

Ora, gruppi di cittadini, attivisti e organizzazioni civili stanno sfidando questo sistema. Il loro obiettivo è semplice nella forma ma radicale nei contenuti: restituire le spiagge al pubblico dominio. Quello che il Guardian descrive è uno scontro tra il diritto costituzionale all'accesso pubblico e gli interessi economici consolidati da generazioni.

La questione delle spiagge libere in Italia affonda le radici in una contraddizione fondamentale dello stato italiano. La Costituzione riconosce il mare come bene comune, eppure decenni di politica amministrativa hanno trasformato la costa in un arcipelago di proprietà private. Ogni spiaggia è concessa a un gestore, ogni metro quadrato ha un prezzo.

Il Guardian ha intervistato attivisti che descrivono la situazione come un'appropriazione indebita del bene pubblico. Le spiagge libere, quelle poche ancora rimaste non gestite privatamente, sono spesso relegate agli angoli meno desiderabili della costa: accanto ai fumi industriali, dietro i porti, in aree dove nessun turista vorrebbe trascorrere una giornata.

La connessione con la criminalità organizzata emerge come uno dei temi più inquietanti. In alcune regioni, specialmente al Sud, la gestione delle spiagge è intrecciata con gli interessi della mafia. I pizzo, i prestiti a tassi usurari, la violenza implicita: il controllo di una spiaggia significa controllo di un flusso di denaro e di potere territoriale.

L'esercito, inaspettatamente, è un altro attore in questa battaglia. In alcune zone costiere, specialmente quelle vicino a installazioni militari o aree di interesse strategico, le autorità militari controllano l'accesso alle spiagge per ragioni di sicurezza nazionale. Questo crea una situazione surreale dove i cittadini sono esclusi dalla loro costa non da gestori privati, bensì dal loro stesso stato.

I lettini e i cocktail rappresentano il volto più visibile di questa appropriazione. Una famiglia italiana che vuole trascorrere una giornata al mare deve pagare per un lettino, per l'ombrellone, per l'accesso ai servizi igienici. Quello che in molti paesi europei è considerato un diritto fondamentale — il libero accesso alla spiaggia — in Italia è diventato un bene di lusso.

I prezzi variano enormemente a seconda della regione e della stagione. In Liguria, dove la costa è particolarmente affollata e le spiagge libere sono rare, un lettino può costare 20-30 euro al giorno. Moltiplicato per una famiglia di quattro persone e per una settimana di vacanza, il costo diventa proibitivo per le famiglie di classe media.

Bologna e l'Emilia-Romagna, pur non avendo una costa vasta come la Liguria o la Toscana, sentono comunque gli effetti di questa privatizzazione. La riviera romagnola, da Rimini a Ravenna, è quasi interamente gestita da privati. Le spiagge libere esistono, ma sono poche e spesso affollate fino al punto di rendersi inaccessibili.

Il movimento per le spiagge libere ha guadagnato forza negli ultimi anni, con manifestazioni, occupazioni simboliche e campagne legali. Gli attivisti sostengono che la privatizzazione della costa viola il diritto costituzionale di tutti i cittadini di accedere al mare. Alcuni tribunali hanno iniziato a dare ragione a questi argomenti, ordinando la restituzione di spiagge ai comuni.

Il Guardian ha riportato che questo conflitto è destinato a intensificarsi. Il cambiamento climatico sta rendendo le spiagge ancora più preziose — come rifugio dal caldo, come fonte di turismo, come risorsa economica. Allo stesso tempo, il numero di persone che cercano accesso libero e gratuito alla costa sta crescendo.

Le conseguenze economiche per i gestori privati sono significative. Se le spiagge dovessero essere restituite al pubblico dominio, centinaia di aziende perderebbero il loro modello di business. Questo spiega la resistenza accanita dei gestori, che hanno forti alleanze politiche e economiche.

In Emilia-Romagna, il tema tocca anche il turismo di massa e la sua sostenibilità. La riviera romagnola attrae milioni di visitatori ogni anno, molti dei quali europei che arrivano cercando il mare libero e gratuito. La privatizzazione delle spiagge crea una dissonanza tra l'immagine dell'Italia come destinazione turistica accessibile e la realtà di una costa dove tutto ha un prezzo.

Il Guardian ha anche notato come questo conflitto si inserisca in una tensione più ampia in Italia tra il diritto alla proprietà privata e il diritto di accesso ai beni comuni. La questione delle spiagge è emblematica: tocca la vita quotidiana di milioni di persone, unisce cittadini di diverse classi sociali in una causa comune, e mette in discussione il ruolo dello stato nel proteggere i diritti fondamentali.

Le organizzazioni che combattono per le spiagge libere stanno usando strategie diverse. Alcuni ricorrono ai tribunali, invocando diritti costituzionali. Altri organizzano occupazioni pacifiche per dimostrare che è possibile vivere la spiaggia senza pagare. Altri ancora cercano di negoziare con i comuni per creare zone di spiaggia libera accanto a quelle private.

La vittoria, quando arriva, è spesso parziale. Un comune potrebbe ordinare che il 20 o il 30 per cento della sua costa rimanga libera e accessibile. Ma il principio è stato stabilito: il mare appartiene a tutti, e nessun gestore privato può controllare completamente l'accesso.

Per i prossimi anni, il Guardian suggerisce che questa battaglia continuerà a intensificarsi. Le elezioni locali porteranno sindaci che promettono di restituire le spiagge ai cittadini. Le corti continueranno a pronunciarsi sulla legalità delle concessioni. E i cittadini continueranno a scendere in spiaggia, lettino alla mano, chiedendosi perché devono pagare per stare al mare nel loro stesso paese.

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