The newspaper of Italy, seen from abroad
La Veduta — giornale di idee, cultura e affari
Inaugural Edition № 1
Back to the edition

CAMPANIA

Napoli nella guerra delle spiagge: chi controlla la costa

Mentre attivisti sfidano i monopoli privati, la Campania si divide tra diritto al mare e profitto. Il Guardian racconta la battaglia italiana sugli arenili

Rosaria Esposito802 wordsEdition51lunedì 20 luglio 2026 — Edizione № 51

La guerra per il controllo delle spiagge italiane non è una disputa marginale di diritto amministrativo. Secondo il Guardian, quasi tutti i tratti sabbiosi dei 8.000 chilometri di costa del paese sono gestiti a scopo di lucro, e i sostenitori delle spiagge libere stanno ora combattendo contro reti criminali, interessi economici consolidati e, in alcuni casi, l'assenza dello stato.

Per la Campania, questa battaglia ha dimensioni precise. Napoli e la sua provincia vivono del turismo: le spiagge di Posillipo, la costa amalfitana, l'isola di Capri e Procida attirano milioni di visitatori ogni anno. Ma quella che il mondo vede come una risorsa comune — il mare, l'accesso alla costa — è stata privatizzata quasi interamente.

Il modello è semplice e redditizio. Gli operatori ottengono concessioni dalle amministrazioni locali, piantano lettini e ombrelloni, vendono cocktail e panini, controllano l'accesso alle spiagge. Chi non paga non entra, o entra a rischio di essere allontanato. Il sistema genera entrate per i comuni, posti di lavoro stagionali, e profitti per i concessionari. Ma sottrae ai cittadini quello che il diritto internazionale considera un bene pubblico: l'accesso libero al mare.

Il Guardian descrive una situazione dove il controllo dei lidi non è sempre legittimo. In alcuni casi, secondo la testata britannica, sono stati elementi legati alla criminalità organizzata a gestire le concessioni, trasformando le spiagge in fonte di reddito per la mafia. Nella Campania, dove la presenza della Camorra è storica e capillare, questa sovrapposizione tra economia turistica e economia criminale non è nuova. I clan hanno sempre controllato settori redditizi: porto, edilizia, droga. Il turismo da spiaggia, con i suoi flussi di contanti giornalieri, rappresenta un'opportunità naturale.

Gli attivisti che chiedono il ripristino delle spiagge libere invocano un diritto costituzionale: quello di accedere liberamente alle risorse naturali. In Italia, la Costituzione afferma che il demanio marittimo appartiene allo stato. Ma le concessioni, rinnovate di anno in anno, hanno trasformato il principio in pratica opposta. I comuni, spesso con bilanci in difficoltà, dipendono dalle tasse che i concessionari pagano. Gli operatori, a loro volta, hanno investito in infrastrutture — bar, docce, servizi igienici — che giustificano, a loro dire, il diritto a controllare l'accesso.

La Campania è il teatro perfetto di questa contraddizione. Napoli attrae turisti da tutto il mondo: secondo i dati più recenti citati da tourism-review.com, gli arrivi di turisti internazionali in Europa sono aumentati del 5% nel secondo trimestre del 2026, con quasi l'80% delle destinazioni europee che hanno registrato crescite. La Campania beneficia di questo boom, ma il modello di spiaggia privata crea tensioni. I napoletani, che vivono a pochi metri dal mare, spesso non possono accedervi senza pagare. I turisti, pagando, contribuiscono a consolidare il sistema.

Il Guardian cita anche il ruolo dell'esercito e della polizia nel controllo dei lidi. In alcune zone, le autorità hanno rafforzato la sicurezza intorno alle spiagge private, proteggendo di fatto i concessionari da invasioni di bagnanti abusivi. Questo uso della forza pubblica per proteggere interessi privati è un elemento che il dibattito internazionale sottolinea come peculiarmente italiano.

Gli attivisti che promuovono le spiagge libere operano su un terreno difficile. Devono contestare non solo gli operatori privati, ma anche le amministrazioni locali che dipendono dalle loro tasse, e talvolta devono affrontare ostacoli più gravi quando il controllo delle spiagge è collegato a reti criminali. Nella Campania, dove la Camorra ha storicamente controllato settori redditizi, questa lotta ha implicazioni che vanno oltre il diritto al mare.

La nuova legislazione sulla mafia, citata dal Guardian in un articolo parallelo, offre però una possibilità. Se il diritto penale inizia a colpire chi gestisce concessioni in connessione con organizzazioni criminali, il panorama potrebbe cambiare. Ma questo presuppone che lo stato italiano, e in particolare le amministrazioni locali campane, abbiano la volontà e la capacità di applicare le norme.

Nel frattempo, il modello di spiaggia privatizzata continua a generare profitti. Gli operatori investono in servizi di lusso — cocktail bar, lettini premium, zone riservate — che attraggono turisti disposti a pagare. I comuni incassano. La criminalità, dove presente, guadagna. E i cittadini napoletani continuano a vivere a pochi passi dal mare, ma spesso non vi possono accedere liberamente.

La questione che il Guardian pone è politica: quale idea di bene pubblico ha l'Italia? Se la costa è un bene dello stato, deve essere accessibile a tutti, o può essere privatizzata? La Campania, con la sua storia di contraddizioni — ricchezza naturale e povertà diffusa, bellezza e degrado, turismo florido e cittadini esclusi — incarna perfettamente questa tensione. La risposta che emergerà nei prossimi anni dirà molto sulla capacità dell'Italia di conciliare profitto e diritto, economia e democrazia.

Per ora, la guerra continua. Gli attivisti organizzano occupazioni simboliche delle spiagge private, chiedendo l'accesso libero. Gli operatori, difesi dalle amministrazioni, resistono. E il mare, risorsa teoricamente pubblica, rimane un privilegio di chi può pagare.

Share