TRENTINO-ALTO ADIGE
La tassa turistica che l'Europa già applica arriva anche in Alto Adige
Il Guardian: mentre l'Inghilterra introduce il prelievo notturno, i comuni italiani a corto di fondi ne traggono vantaggio. Per le mete alpine la domanda è chi la incassa e dove finisce.
Klara Hofer873 wordsEdition №115lunedì 14 settembre 2026 — Edizione № 115
Gran parte dell'Europa applica già una tassa turistica, e mentre l'Inghilterra muove i primi passi in un territorio per lei sconosciuto, il prelievo si è rivelato un vantaggio per i comuni italiani a corto di fondi. È quanto scrive il Guardian, secondo cui la tassa di soggiorno notturna, applicata da anni in molte città d'arte italiane, rappresenta ormai una voce di bilancio consolidata per le amministrazioni locali.
Il giornale britannico colloca la tassa italiana nel quadro europeo: una pratica diffusa, non un'eccezione, che l'Inghilterra sta valutando solo ora. Per i comuni che la applicano, secondo il Guardian, il gettito serve a coprire servizi che il turismo rende più costosi: raccolta dei rifiuti, manutenzione, sicurezza.
Per l'Alto Adige la questione si pone in modo diverso rispetto alle città d'arte. Qui il turismo di montagna è distribuito su valli e paesi, non concentrato in un centro storico, e la competenza sull'imposta di soggiorno appartiene ai comuni. La domanda che la copertura internazionale lascia aperta è la stessa che si pone in regione: chi incassa il prelievo e a cosa lo destina.
Il Guardian osserva che la tassa turistica notturna può sembrare un territorio inesplorato nel Regno Unito, ma in gran parte dell'Europa è già realtà. Il giornale la descrive come un piccolo guadagno per le mete italiane, in particolare per i comuni a corto di fondi che hanno imparato a contare sul gettito stagionale.
La cornice che il giornale britannico offre è quella di una pratica consolidata: mentre l'Inghilterra fa la sua prima incursione, i comuni italiani la applicano da tempo e ne traggono un beneficio concreto. Questo rovescia il modo in cui la tassa viene spesso discussa, cioè come un fastidio per il visitatore, e la presenta invece come uno strumento di bilancio per chi amministra.
Il punto che riguarda il Trentino-Alto Adige è amministrativo prima che turistico. L'imposta di soggiorno è disciplinata a livello statale ma applicata e gestita dai comuni, che ne decidono l'entità e la destinazione. In una regione a statuto speciale, con competenze proprie in materia di turismo e di finanza locale, questo significa che il prelievo non è un'unica politica regionale ma tante politiche comunali quante sono le località.
Le mete alpine hanno una stagionalità doppia, invernale ed estiva, e una pressione turistica che ricade su infrastrutture di valle: strade, parcheggi, acquedotti, raccolta dei rifiuti, soccorso. Sono esattamente le voci che il Guardian indica come destinazione tipica del gettito nei comuni italiani. La logica, letta dal versante altoatesino, è che chi consuma il territorio contribuisca a mantenerlo.
C'è però una differenza che la copertura internazionale non affronta. Nelle città d'arte il turista e il residente condividono lo stesso spazio ristretto, e la tassa è anche uno strumento per gestire il sovraffollamento. In montagna il rapporto è diverso: il visitatore cerca il sentiero, la malga, la pista, e il costo che genera è soprattutto ambientale e infrastrutturale, non di congestione urbana.
Questo sposta il dibattito dalla tassa in sé alla sua efficacia. Se il gettito finanzia la manutenzione dei sentieri, il trasporto pubblico di valle o la gestione dei flussi, allora risponde a un problema reale. Se invece si perde nel bilancio generale del comune, la tassa diventa un prelievo senza contropartita visibile, e la sua legittimità si indebolisce.
Il Guardian non entra nel merito delle singole località italiane e non nomina l'Alto Adige. La sua tesi resta generale: la tassa funziona per i comuni che la applicano con criterio. È una conclusione che le amministrazioni alpine possono leggere come un promemoria, non come una prescrizione.
Sullo sfondo c'è il tema più ampio del turismo di massa, che la stampa internazionale tratta da anni con attenzione al caso Venezia. Le Dolomiti compaiono regolarmente nella copertura estera come esempio di pressione su un paesaggio fragile, patrimonio UNESCO, dove la capacità di carico è oggetto di studio. La tassa è uno degli strumenti, non l'unico.
La prospettiva europea aggiunge un livello. Se la tassa si diffonde, come il Guardian suggerisce, diventa un elemento ordinario del viaggio, non un'anomalia italiana. Questo riduce il rischio che il prelievo allontani i visitatori, perché il confronto non è più tra una destinazione che tassa e una che non tassa, ma tra destinazioni che tassano in modo diverso.
Per i comuni altoatesini e trentini la partita si gioca quindi sulla trasparenza. Una tassa di soggiorno spiegata al visitatore, con una destinazione dichiarata, è più difendibile di un prelievo silenzioso. La copertura internazionale lo dice in modo indiretto: il vantaggio per i comuni italiani è reale, ma dipende da come viene usato.
Resta una questione di equità territoriale che riguarda la regione. Se il gettito resta ai comuni di valle, le località più visitate incassano di più e quelle meno visitate di meno, anche quando condividono la stessa infrastruttura sovracomunale. È un tema di coordinamento che la tassa, da sola, non risolve e che la stampa estera non ha motivo di trattare.
Il Guardian si limita a registrare un fatto: l'Europa applica già la tassa, l'Inghilterra la sta scoprendo, e i comuni italiani ne hanno tratto un beneficio. Per chi legge dalla regione alpina, la notizia utile non è l'esistenza del prelievo ma la domanda che esso riapre ogni anno: chi paga il turismo e chi lo amministra.
