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MOLISE

La tassa turistica che l'Europa già applica, e che i comuni del Molise non incassano

Il Guardian racconta l'imposta di soggiorno come una manna per le mete italiane. Nei borghi dell'interno, dove i visitatori sono pochi e le casse vuote, il modello non regge.

Antonio Petrella838 wordsEdition114domenica 13 settembre 2026 — Edizione № 114

Mentre l'Inghilterra introduce per la prima volta un'imposta di soggiorno, il Guardian osserva che gran parte dell'Europa la applica da anni e che, per molte mete italiane, si è rivelata una fonte di entrate preziosa per comuni a corto di fondi.

Il giornale britannico descrive la tassa come uno strumento ormai consolidato in Europa, capace di sostenere i bilanci delle città più visitate. Il modello, però, funziona dove i visitatori arrivano in numero sufficiente a generare gettito.

Nel Molise, la questione si presenta in forma rovesciata. La regione esiste nel dibattito nazionale soprattutto per la sua assenza dalle rotte turistiche di massa, e un'imposta sui pernottamenti, in un territorio con pochi alberghi e presenze limitate, produce cifre che non cambiano il destino di un bilancio comunale.

Secondo il Guardian, la tassa è stata una manna per i comuni italiani che la applicano con successo. La domanda che resta aperta, per le aree interne, è un'altra: che fare quando non c'è nulla da tassare, perché non c'è nessuno da ospitare.

Il ragionamento del Guardian parte da un dato semplice: l'Inghilterra sta entrando in un territorio per lei sconosciuto, mentre le città europee — Venezia, Firenze, Roma, Barcellona, Amsterdam — sperimentano da tempo prelievi sui pernottamenti. Per molte amministrazioni italiane, scrive il giornale, quei soldi sono diventati una voce di bilancio su cui si fa affidamento.

La logica è quella di far pagare una parte del costo del turismo a chi lo produce. Più visitatori significa più rifiuti, più manutenzione, più pressione sui servizi. La tassa è nata per compensare questo squilibrio, e nelle città d'arte ha funzionato: pochi euro per notte, moltiplicati per milioni di presenze.

Il Molise non compare in questo quadro, e non per una svista. La regione non ha città d'arte con flussi paragonabili, non ha litorali saturi, non ha centri storici presi d'assalto. Ha piuttosto un turismo lento, legato alla transumanza, ai tratturi, ai borghi di origine albanese e croata, alle aree naturali.

È un turismo che il mondo comincia a guardare, ma con numeri che non giustificano un'imposta. Un comune dell'interno con due o tre strutture ricettive e qualche centinaio di pernottamenti l'anno incassa, al massimo, poche migliaia di euro. Non basta a coprire la manutenzione di una strada.

Questo rivela un paradosso che la copertura internazionale dell'Italia raramente mette a fuoco: le politiche pensate per le mete di massa, quando arrivano nelle aree interne, si trasformano in adempimenti senza ritorno. L'obbligo c'è, il gettito no.

Il Guardian non affronta il caso delle regioni a bassa densità turistica, e La Veduta non gli attribuisce conclusioni che non trae. Il giornale si limita a descrivere la tassa come una risorsa per le mete italiane più frequentate, e questo è quanto le fonti sostengono.

Resta il fatto che il Molise, come altre regioni dell'Appennino, è dentro un sistema fiscale e amministrativo disegnato altrove. Le regole sono nazionali, i fondi spesso europei, ma la scala è quella del piccolo comune, dove un dipendente si occupa di turismo, cultura e tributi insieme.

Qui entra in gioco il tema dei fondi di coesione, da sempre centrali per il Mezzogiorno interno. Le risorse europee arrivano, ma richiedono progettazione, personale e tempi che i comuni più piccoli fanno fatica a garantire. La tassa turistica, per loro, è l'ultimo dei problemi.

Il turismo che il Molise può realisticamente attrarre è quello che cerca l'assenza: silenzio, paesi semivuoti, paesaggi agricoli, tratturi percorribili a piedi. È un prodotto che si vende proprio grazie alla mancanza di folla, e che quindi non sopporta di essere tassato come se la folla ci fosse.

Questo non significa che la tassa sia sbagliata. Significa che il modello europeo, raccontato dal Guardian come una manna, presuppone una densità che in vaste parti d'Italia non esiste. Dove il turismo è un'eccezione, l'imposta è un simbolo più che una risorsa.

C'è poi la questione dell'attrattiva fiscale. Un comune che introduce un balzello, anche minimo, su un settore fragile rischia di scoraggiare i pochi operatori presenti. In un territorio dove un bed and breakfast è spesso l'unica attività di una famiglia, la differenza tra due euro e zero non è tecnica.

La stampa estera che si occupa di Italia torna spesso sul divario tra Nord e Sud, e quasi sempre lo misura in termini di infrastrutture o occupazione. Il caso della tassa turistica mostra un divario più sottile: quello tra chi può permettersi di tassare e chi non ha nulla da tassare.

Per il Molise, la conclusione è sobria. La tassa di soggiorno non risolverà i bilanci dei suoi comuni, né li peggiorerà in modo decisivo. È una delle tante misure nazionali ed europee che arrivano qui già svuotate, pensate per un'Italia che i molisani conoscono solo per sentito dire.

Quello che servirebbe, e che il Guardian non discute, è una riflessione sulla scala: strumenti differenziati per territori che non hanno né i visitatori né gli uffici per gestirli. Finché non arriverà, il Molise continuerà a fare la parte che gli riesce meglio, quella del posto che, nei dibattiti nazionali, non c'è.

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