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TOSCANA

Il Guardian: la tassa turistica è già una manna per le mete italiane

Mentre l'Inghilterra introduce per la prima volta un prelievo notturno, il quotidiano britannico guarda ai comuni italiani che lo applicano da anni

Costanza Bardi909 wordsEdition112venerdì 11 settembre 2026 — Edizione № 112

L'Inghilterra si appresta a introdurre per la prima volta un prelievo notturno sui pernottamenti in hotel e negli affitti brevi, e il Guardian, nel raccontare quella che definisce una incursione in territorio sconosciuto, si è voltato verso l'Europa continentale. Gran parte del continente, scrive il quotidiano britannico, applica già una tassa di soggiorno, e per le mete italiane si è rivelata una manna per comuni a corto di liquidità.

La notizia riguarda direttamente la Toscana, dove l'imposta di soggiorno è da anni una voce fissa dei bilanci comunali e dove il turismo pesa su centri storici che si svuotano di residenti. Il punto che il Guardian solleva non è se la tassa esista, ma a cosa serva: denaro fresco per amministrazioni che faticano a chiudere i conti.

Per Firenze la questione ha una coda nota a chiunque segua la stampa estera: la città è da tempo l'esempio citato quando si parla di turismo di massa, affitti brevi e residenti in fuga dal centro. La tassa di soggiorno è lo strumento con cui i comuni dicono di voler governare quel fenomeno, ma è anche il più facile da incassare senza affrontarne le cause.

Il dibattito inglese, riportato dal Guardian, offre quindi alla Toscana uno specchio: guardare a come altri paesi stanno appena iniziando a tassare il turismo, mentre qui la tassa esiste da anni e il problema che doveva attenuare non è scomparso.

La formulazione del Guardian è precisa e vale la pena leggerla con attenzione: non una tassa sul turismo come strumento di regolazione, ma un'entrata per bilanci comunali in difficoltà. È una distinzione che in Toscana si conosce bene, perché è esattamente così che l'imposta di soggiorno è stata vissuta da molti comuni: prima come risorsa, poi, solo in un secondo momento, come possibile leva per gestire i flussi.

Il quotidiano britannico presenta il caso italiano come esempio consolidato per un pubblico che si avvicina per la prima volta allo strumento. La domanda che il pezzo lascia aperta è quella che riguarda Firenze e le altre città d'arte toscane: se la tassa esiste da anni, perché il problema dei centri storici svuotati e degli affitti brevi è ancora sul tavolo della stampa internazionale?

La risposta che il Guardian non dà, e che la Toscana conosce per esperienza, è che una tassa di soggiorno non riduce il numero di visitatori. Aggiunge un costo che il mercato assorbe, soprattutto in una città dove la domanda internazionale è poco sensibile al prezzo del pernottamento. Il gettito cresce, ma il fenomeno che dovrebbe governare resta.

C'è poi la questione di chi paga. La tassa di soggiorno grava su chi dorme in strutture ricettive, quindi sui turisti, ma il suo effetto sui residenti dipende da come viene spesa. Se finanzia la manutenzione del centro storico, i trasporti o i servizi, il beneficio è tangibile; se finisce nel calderone della spesa corrente, diventa solo un modo per rinviare decisioni più difficili.

La stampa estera che segue la Toscana torna spesso su questo nodo: la regione vende un'immagine di equilibrio tra paesaggio, vino e città d'arte, ma le città che quella immagine sostengono sono sotto pressione abitativa e commerciale. Il Guardian, raccontando la tassa turistica come una manna, offre involontariamente la misura di quanto poco quella manna abbia risolto.

Vale anche la pena notare il contesto comparato che il quotidiano britannico costruisce: l'Inghilterra arriva ultima a uno strumento che mezza Europa usa da tempo. Per un lettore italiano, e toscano in particolare, la notizia non è l'arrivo della tassa in Inghilterra, ma la conferma che l'Italia è citata come modello di fiscalità turistica matura.

Essere modello, però, non significa aver risolto. Le città toscane che applicano l'imposta da più anni sono le stesse che compaiono nei reportage stranieri sull'over-turismo, sugli affitti brevi che espellono i residenti e sulle botteghe sostituite da negozi per visitatori. La tassa è parte del paesaggio, non la sua cura.

Il Guardian non entra nel dettaglio di come i comuni italiani spendano il gettito, e non è compito di un pezzo sull'Inghilterra farlo. Ma la domanda resta, ed è quella che la Toscana dovrebbe porsi con onestà: se lo strumento c'è da anni e il problema persiste, forse lo strumento non era pensato per risolverlo.

Per Firenze, questo significa che il dibattito internazionale sulla tassa turistica arriva come una conferma del proprio status, non come una soluzione. La città è citata come esempio di come si incassa dal turismo; non è citata come esempio di come si convive con esso.

La lezione che il Guardian offre, forse senza volerlo, è che una tassa è una politica fiscale, non una politica urbana. Chi governa le città d'arte toscane lo sa, ma continua a presentare l'imposta come se fosse l'una e l'altra cosa. Il pubblico straniero che legge il pezzo britannico non ha motivo di dubitarne.

Nei prossimi mesi, quando l'Inghilterra inizierà ad applicare il proprio prelievo, il confronto con l'Italia diventerà più frequente nella stampa anglosassone. Sarà interessante vedere se il modello italiano verrà presentato ancora come una manna o se qualcuno comincerà a chiedere conto di cosa quella manna abbia prodotto.

Per ora, il Guardian ha scelto la lettura più semplice e più vera per i comuni: soldi che entrano. La Toscana, che di quei soldi vive in parte, può permettersi di leggere il pezzo con un certo distacco, sapendo che la parte difficile non è incassare, ma decidere cosa fare della città che resta quando i visitatori se ne vanno.

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