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SARDEGNA

La tassa turistica che l'Europa già applica, e la Sardegna osserva

Il Guardian racconta come la levy notturna sia ormai normale in mezza Europa: per le mete italiane è un piccolo sollievo per bilanci comunali in difficoltà

Gavino Sanna780 wordsEdition112venerdì 11 settembre 2026 — Edizione № 112

L'Inghilterra si appresta a introdurre per la prima volta una tassa sul pernottamento turistico, e il Guardian, in un'analisi pubblicata giovedì, osserva che si tratta di un territorio sconosciuto per il Regno Unito ma di una pratica consolidata in gran parte d'Europa. La tassa notturna su hotel e affitti brevi, scrive il giornale, si è rivelata una manna per i comuni italiani a corto di fondi.

La ricostruzione del Guardian colloca l'Italia tra i paesi dove la levy è già diffusa, con i comuni liberi di applicarla e di incassarne il gettito. Per le mete ad alta pressione turistica, il giornale la descrive come un piccolo guadagno, non una soluzione: un'entrata che aiuta i bilanci locali senza cambiare la scala del fenomeno.

La Sardegna è tra le regioni italiane più esposte al turismo stagionale, dalla Costa Smeralda alle spiagge del sud dell'isola. La questione di chi paghi i costi dell'afflusso estivo — rifiuti, acqua, strade, personale — è da anni al centro del dibattito isolano, e la cornice europea del Guardian la inquadra come un problema condiviso, non solo sardo.

Il pezzo non nomina la Sardegna e non fornisce dati locali. Va letto, quindi, per quello che è: la conferma, dalla stampa estera, che lo strumento fiscale esiste e funziona altrove, e che le isole mediterranee guardano a modelli già collaudati.

Il Guardian presenta la tassa turistica notturna come un fatto normale nella maggior parte d'Europa: una quota aggiunta al pernottamento in hotel, bed and breakfast e affitti brevi, riscossa dai comuni e destinata in genere a servizi e infrastrutture. L'Inghilterra, scrive il giornale, vi si avvicina ora per la prima volta, e lo fa guardando a ciò che altri paesi già fanno.

Nell'analisi, l'Italia è citata come esempio di sistema funzionante: la tassa è diffusa, e per i comuni che la applicano rappresenta un'integrazione alle entrate ordinarie. Il Guardian la definisce un piccolo guadagno, sottolineando che non risolve di per sé la pressione del turismo di massa sulle città d'arte e sulle coste.

Per la Sardegna il tema non è nuovo. L'isola vive un turismo fortemente stagionale, concentrato tra giugno e settembre, con picchi che mettono sotto stress acquedotti, depuratori, raccolta dei rifiuti e viabilità nelle zone costiere. Il dibattito su come far contribuire chi arriva a questi costi ricorre da anni, e la comparazione europea offerta dal Guardian dà alla discussione un termine di paragone esterno.

Il giornale non entra nel dettaglio delle singole città italiane, né quantifica gli incassi. Non ci sono, nella sua ricostruzione, cifre riferite alla Sardegna o a Cagliari. Chi legge da qui deve quindi trarre una conclusione di metodo più che di merito: lo strumento esiste, è diffuso, e la sua efficacia dipende da come viene declinato localmente.

C'è una seconda questione che la cornice del Guardian lascia intravedere: la tassa sul pernottamento colpisce la ricettività regolare e, dove previsto, gli affitti brevi. La sua estensione a questi ultimi è il punto più delicato in tutte le giurisdizioni europee, perché tocca un settore in rapida crescita e difficile da censire.

Sulle isole, il problema si intreccia con la proprietà delle seconde case e con l'uso stagionale degli immobili, che riduce il numero di alloggi disponibili per i residenti. È un fenomeno che la stampa estera ha raccontato più volte per altre mete mediterranee, e che in Sardegna assume caratteri propri per la distanza tra costa e interno.

Il Guardian non affronta il nesso tra tassa turistica e spopolamento. Sono due piani distinti, ma entrambi riguardano la sostenibilità di un modello economico basato sull'afflusso breve. La tassa, nella lettura del giornale, è una leva fiscale; non è presentata come uno strumento di pianificazione territoriale.

Va detto con chiarezza cosa il pezzo non contiene: nessun riferimento alla Sardegna, nessun dato sui comuni sardi, nessuna dichiarazione di amministratori locali. La Veduta riporta dunque la cornice europea così come il Guardian la presenta, e si limita a segnalare che la regione è tra quelle che il tema lo vivono concretamente.

Il confronto con il Regno Unito serve al giornale per mostrare quanto la pratica sia diffusa. Il punto, scrive, è che la tassa notturna non è più un'eccezione continentale ma una regola, e che i comuni che la applicano la considerano ormai parte del proprio funzionamento ordinario.

Per un'isola che dipende dal turismo ma ne subisce la concentrazione, la notizia non è l'introduzione della tassa in Inghilterra. È piuttosto la conferma che il finanziamento dei servizi legati all'afflusso può passare da leve fiscali locali, come già avviene in molte destinazioni europee.

Resta aperta la domanda che il Guardian non pone: se un piccolo guadagno basti a coprire i costi reali dell'overtourism sulle coste fragili. È una domanda che la Sardegna conosce bene, e che nessuna tassa, da sola, sembra in grado di chiudere.

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