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ABRUZZO

Venezuela insegna: come ricostruire dopo il terremoto

La delegazione israeliana estende gli aiuti mentre l'Abruzzo ricorda le sue cicatrici del 2009

Marco Di Sante1,048 wordsEdition №46mercoledì 15 luglio 2026 — Edizione № 46

Il bilancio dei morti nel terremoto che ha colpito il Venezuela il 24 giugno ha raggiunto i 4.333, secondo quanto riferito dal Presidente dell'Assemblea Nazionale Jorge Rodriguez al Jerusalem Post. La delegazione di aiuti israeliana, inizialmente prevista per partire il 12 luglio, ha esteso il suo lavoro su richiesta della Presidente ad interim Delcy Rodriguez, mentre gli esperti pianificano un piano di ricostruzione post-terremoto.

Per L'Aquila e le comunità dell'Appennino centrale, quei numeri non sono astratti. Il terremoto del 6 aprile 2009 ha ucciso 309 persone nella sola provincia, distruggendo il centro storico e lasciando cicatrici che ancora oggi segnano il paesaggio urbano e sociale della regione. La ricostruzione aquilana, come ha riferito la stampa internazionale negli anni successivi, è stata un processo lungo, contrastato da corruzione, lentezza burocratica e abbandono progressivo.

Ciò che distingue la risposta al Venezuela è la rapidità dell'intervento internazionale coordinato e la pianificazione strutturata. Il governo israeliano ha mobilitato una delegazione di esperti non solo per i soccorsi immediati, ma per tracciare una strategia di lungo termine. Per l'Abruzzo, la lezione è duplice: la presenza di competenze esterne può accelerare il processo, ma solo se sostenuta da istituzioni locali stabili e volontà politica di lungo respiro.

Il bilancio dei morti nel terremoto che ha colpito il Venezuela il 24 giugno ha raggiunto i 4.333, secondo quanto riferito dal Presidente dell'Assemblea Nazionale Jorge Rodriguez al Jerusalem Post sabato 11 luglio. Il numero dei feriti è fissato a 16.740. Le autorità venezuelane hanno annunciato che la distribuzione di alloggi per i colpiti inizierà la settimana successiva.

Per L'Aquila e le comunità dell'Appennino centrale abruzzese, quei numeri non sono astratti o remoti. Il terremoto del 6 aprile 2009 ha ucciso 309 persone nella sola provincia dell'Aquila, distruggendo il centro storico e lasciando cicatrici che ancora oggi segnano il paesaggio urbano e sociale della regione. Decine di paesi montani hanno perso interi nuclei abitativi. La ricostruzione aquilana, come ha riferito la stampa internazionale negli anni successivi, è stata un processo lungo, contrastato da corruzione amministrativa, lentezza burocratica e abbandono progressivo delle zone più periferiche.

Ciò che distingue la risposta al Venezuela è la rapidità dell'intervento internazionale coordinato e la pianificazione strutturata della ricostruzione. Secondo il Jerusalem Post, gli esperti israeliani stanno già elaborando piani dettagliati per la ricostruzione delle infrastrutture critiche e degli insediamenti civili.

Per l'Abruzzo, la lezione è duplice. In primo luogo, la presenza di competenze esterne può accelerare il processo decisionale e la pianificazione, ma solo se sostenuta da istituzioni locali stabili e volontà politica di lungo respiro. In secondo luogo, la velocità conta. L'Aquila ha atteso anni per decisioni fondamentali sulla ricostruzione del centro storico, mentre le comunità più piccole sono state dimenticate dai riflettori nazionali e internazionali.

La ricostruzione aquilana ha insegnato all'Italia che il primo anno dopo un terremoto è critico. Le decisioni prese nei mesi immediatamente successivi al disastro determinano il percorso della comunità per i decenni a venire. In Venezuela, questa finestra di opportunità è già aperta. La delegazione israeliana non è sola: anche altri paesi, secondo il Jerusalem Post, hanno offerto supporto tecnico e materiale.

Un secondo insegnamento riguarda la comunicazione. L'Aquila ha sofferto di un'incertezza prolungata sui tempi e sulle modalità della ricostruzione. Le autorità aquilane hanno spesso dato messaggi contraddittori su quando sarebbero stati riaperti i negozi, le scuole, gli uffici pubblici. Questa incertezza ha accelerato l'emigrazione dei giovani e l'invecchiamento della popolazione. In Venezuela, le autorità hanno già annunciato che la distribuzione di alloggi inizierà la settimana successiva: un segnale di determinazione che, se mantenuto, potrebbe preservare la coesione sociale.

Tuttavia, il contesto venezuelano presenta anche sfide peculiari. Il paese affronta una crisi economica e politica più profonda di quella che caratterizzava l'Italia nel 2009. L'inflazione, il collasso della valuta e l'instabilità istituzionale potrebbero rendere difficile mantenere il ritmo della ricostruzione anche con il supporto internazionale. L'Abruzzo, pur in una situazione complicata, ha potuto contare su un'economia nazionale stabile e su fondi europei.

La stampa internazionale ha notato che la ricostruzione post-sismica è un test della resilienza istituzionale e della coesione sociale. In Venezuela, come in Abruzzo, il terremoto ha colpito una regione già fragile. Nel nostro caso, la montagna abruzzese era già in declino demografico prima del 2009; il terremoto ha accelerato un processo già in atto. In Venezuela, la situazione economica preesistente è ancora più grave.

Un aspetto poco discusso della ricostruzione aquilana è il ruolo della memoria collettiva. Negli anni successivi al 2009, L'Aquila è diventata un caso di studio internazionale su come le comunità affrontano il trauma del disastro. Università e istituti di ricerca stranieri hanno studiato il processo di ricostruzione, documentando sia i successi che i fallimenti. Questo interesse esterno ha talvolta aiutato, fornendo pressione politica e finanziamenti aggiuntivi; talvolta ha intralciato, rendendo la ricostruzione un'arena di dibattito pubblico globale piuttosto che un processo locale.

Anche in Venezuela, la comunità internazionale sta già osservando attentamente. La delegazione israeliana, secondo il Jerusalem Post, manterrà una presenza prolungata per monitorare l'andamento della ricostruzione. Questo scrutinio esterno può essere un'arma a doppio taglio: da un lato assicura accountability e risorse; dall'altro rischia di imporre modelli di ricostruzione che non corrispondono alle esigenze locali.

Per l'Abruzzo, il caso venezuelano offre un'opportunità di riflessione. Sebbene il nostro terremoto sia ormai nel passato, la ricostruzione continua. Interi quartieri di L'Aquila rimangono ancora incompiuti. Le comunità montane più piccole continuano a svuotarsi. La lezione dal Venezuela è che la finestra di opportunità per invertire questa traiettoria si chiude rapidamente. Se le autorità locali e nazionali non agiscono con decisione nei prossimi mesi e anni, il declino demografico e l'abbandono diventeranno irreversibili.

La delegazione israeliana rimarrà in Venezuela oltre la data prevista, un segnale che gli esperti internazionali ritengono che il lavoro di ricostruzione sia tutt'altro che concluso. Per L'Aquila, questo è un promemoria che la vera ricostruzione non è una questione di mesi, ma di decenni. L'impegno iniziale deve essere sostenuto nel tempo, con risorse costanti e attenzione politica continua.

Nel caso abruzzese, la comunità internazionale ha gradualmente ritirato l'attenzione. I fondi europei si sono esauriti, gli esperti stranieri hanno portato altrove le loro competenze, i riflettori si sono spenti. Rimane una lezione difficile: la vera ricostruzione inizia quando il mondo smette di guardare. In Venezuela, quella fase è ancora lontana. L'Abruzzo sa cosa accade quando arriva.

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