The newspaper of Italy, seen from abroad
La Veduta — giornale di idee, cultura e affari
Inaugural Edition № 1
World wire
Back to the edition

PIEMONTE

L'UE vieta i social ai minori di 13 anni: chi controlla in Piemonte

Von der Leyen presenta il piano: accesso supervisionato fino ai 15 anni. Per i piccoli comuni alpini si apre il nodo della vigilanza

Lorenzo Ferraris779 wordsEdition118giovedì 17 settembre 2026 — Edizione № 118

L'Unione europea vieterà i social media ai bambini sotto i 13 anni e consentirà solo un accesso limitato e supervisionato fino ai 15, secondo i piani presentati mercoledì dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e riferiti da The Local Italy.

«L'Europa ha il potere di agire», ha dichiarato von der Leyen presentando la proposta. Il quadro è quello di una regolamentazione comune a livello di blocco, pensata per uniformare norme finora diverse da Paese a Paese.

La misura pone immediatamente una questione di applicazione. Il divieto vale sulla carta in tutta l'Unione, ma la verifica dell'età e il controllo delle piattaforme ricadono su autorità nazionali e locali, con risorse molto disomogenee.

Per il Piemonte, e in particolare per i comuni delle valli alpine e delle aree interne, il tema si intreccia con un dato noto: la rarefazione dei servizi e la distanza dai centri dove si concentrano le competenze digitali e di vigilanza.

La proposta annunciata mercoledì dalla Commissione europea segna un cambio di passo nella regolamentazione dei social media. Finora gli interventi nazionali si erano mossi in ordine sparso, con età minime diverse e sistemi di verifica poco coordinati. The Local Italy riferisce che il piano prevede un divieto pieno sotto i 13 anni e un accesso supervisionato fino ai 15.

Von der Leyen ha presentato la misura come una questione di competenza europea, non di sensibilità nazionale. La formula riportata dalla testata — «L'Europa ha il potere di agire» — indica la volontà di trattare la protezione dei minori online come materia comunitaria, sulla falsariga di quanto già avvenuto per la protezione dei dati.

Il nodo tecnico è la verifica dell'età. Nessun sistema è oggi considerato affidabile al cento per cento senza raccogliere dati personali, e questo crea un conflitto con le regole europee sulla privacy. La Commissione non ha ancora dettagliato il meccanismo, e The Local Italy non fornisce indicazioni su quale strumento sarà scelto.

Il secondo nodo è l'applicazione. Le piattaforme sono soggetti privati con sede spesso fuori dall'Unione, mentre la vigilanza spetta agli Stati membri. In Italia questo significa autorità nazionali con competenze su comunicazioni e privacy, e un coinvolgimento indiretto degli enti locali nella sensibilizzazione e nei servizi educativi.

È qui che il Piemonte entra in gioco, ma con prudenza. La regione ha un tessuto di comuni piccoli e piccolissimi nelle valli alpine e nelle Langhe, dove le scuole sono spesso plessi isolati e i servizi digitali dipendono da sportelli sovracomunali. Se il divieto richiederà un'azione di controllo o di educazione digitale sul territorio, la capacità di intervento sarà molto diversa tra Torino e un comune di montagna.

Va detto con chiarezza che né The Local Italy né le altre fonti del telegrafo indicano misure specifiche per il Piemonte. Il collegamento con le aree interne è un'inferenza ragionevole basata sulla struttura amministrativa italiana, non un fatto riportato. Va presentato come tale.

Sul piano industriale, la misura interessa anche il settore tecnologico. Torino ha puntato negli ultimi anni su un'economia digitale e sull'attrazione di aziende del software, spesso con incentivi pubblici. Regole più stringenti sulla verifica dell'età possono diventare un costo di conformità per le imprese più piccole, che difficilmente hanno reparti legali dedicati.

La stampa estera che segue la politica digitale europea ha già segnalato in passato la tensione tra Bruxelles e le grandi piattaforme statunitensi. Il piano sui minori si inserisce in quella scia, e la reazione delle aziende sarà un indicatore di quanto il divieto sia realmente applicabile.

C'è poi la questione dell'età minima a 13 anni, che non è una novità assoluta: molte piattaforme già la prevedono nei propri termini di servizio, ma la applicano in modo discontinuo. La differenza è che una norma europea renderebbe l'obbligo vincolante e sanzionabile, spostando il problema dalla buona volontà aziendale alla conformità legale.

Per le famiglie, l'effetto pratico dipenderà da come sarà strutturato l'accesso supervisionato tra 13 e 15 anni. Se si tradurrà in un consenso genitoriale verificabile, il carico ricadrà sui genitori, con disuguaglianze evidenti tra chi ha competenze digitali e tempo per esercitarle e chi no.

Il percorso legislativo è appena iniziato. La proposta dovrà passare il confronto tra Stati membri e Parlamento europeo, dove le posizioni sui diritti digitali dei minori sono divaricate. Non è quindi possibile oggi dire quando, e in quale forma, il divieto entrerà in vigore.

Per una regione come il Piemonte, che ha costruito parte della propria immagine sull'industria e sulla formazione tecnica, il tema si lega a una domanda più ampia: chi si occupa di educazione digitale nei territori che perdono popolazione e servizi. È una questione che il telegrafo di oggi non risolve, ma che la proposta europea rende più urgente.

Share