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VALLE D'AOSTA

Quarantaquattro eurodeputati contro il cambio d'ora: la valle guarda l'orologio

L'appello dei deputati UE ai ministri dei trasporti per fermare il cambio stagionale. In montagna l'ora legale pesa su turismo, energia e orari dei rifugi.

Camille Bréan720 wordsEdition №158giovedì 22 ottobre 2026 — Edizione № 158

Quarantaquattro membri del Parlamento europeo, da quindici paesi dell'Unione e sei gruppi politici, hanno chiesto ai ministri dei trasporti di sbloccare la situazione e rimettere in moto il piano per porre fine al cambio stagionale dell'ora. Lo riferisce The Local Italy, che ieri ha dato conto della lettera. È una notizia che in pianura si legge come una pratica fastidiosa; in una valle alpina si legge come una questione di luce.

La Valle d'Aosta vive di stagioni e di orari: l'apertura degli impianti, la chiusura dei rifugi, il rientro degli escursionisti prima del buio, le fasce di punta del traffico sul traforo. Ogni spostamento delle lancette sposta anche questi equilibri, e la montagna li sente più della costa.

Il dossier europeo sull'ora è fermo da anni. I deputati che hanno firmato l'appello — secondo la ricostruzione di The Local — chiedono ai ministri di riprendere in mano il piano e di decidere, in un senso o nell'altro. La richiesta non indica una preferenza tra ora legale permanente e ora solare permanente: chiede solo che si smetta di rinviare.

Per la valle la domanda vera non è quale ora scegliere, ma chi la sceglie. Un regime unico europeo avrebbe conseguenze diverse a Oslo e a Palermo, e una regione di confine come questa — con la Francia a ovest e la Svizzera a nord — le vivrebbe due volte, sui due lati della frontiera.

Quarantaquattro membri del Parlamento europeo, provenienti da quindici paesi dell'Unione e da sei gruppi politici, hanno firmato un appello ai ministri dei trasporti UE perché sblocchino la situazione e rimettano in moto il piano per porre fine al cambio stagionale dell'ora. La notizia è di ieri, riportata da The Local Italy. È una delle poche storie europee di questa settimana che non parla di proteste, e per una valle di montagna vale la pena leggerla con attenzione.

Il cambio d'ora è un'eredità dei risparmi energetici del Novecento, e l'Unione europea discute da anni se abolirlo. La proposta di porre fine al cambio stagionale esiste, ma la sua approvazione è ferma perché i governi non hanno trovato una posizione comune: chi vuole l'ora legale tutto l'anno, chi l'ora solare, chi teme che paesi vicini scelgano cose diverse e si creino fusi orari interni al mercato unico. L'appello dei deputati non scioglie il nodo: chiede ai ministri di riprendere il dossier e di decidere.

Perché riguarda una valle alpina più di altre regioni. In montagna l'ora non è un dettaglio amministrativo: è la misura della giornata. Un'ora di luce in più la sera significa un'ora in più di lavoro per i rifugi, di apertura per i negozi del centro di Aosta, di permanenza dei visitatori nei villaggi. Un'ora di luce in meno al mattino significa scuole e cantieri che aprono al buio per settimane, in un periodo dell'anno in cui il sole, tra queste montagne, sorge già tardi.

C'è poi la questione dell'energia. La valle produce idroelettrico in abbondanza e ne esporta; le fasce di consumo serali, spostate di un'ora, cambiano il profilo della domanda. Non è un effetto che i promotori dell'appello citano, ma è un effetto reale in un territorio dove la produzione e il consumo hanno ritmi stagionali molto marcati.

E c'è la questione del confine. La Valle d'Aosta confina con la Francia e, poco più a nord, con la Svizzera. Se l'Unione scegliesse un'ora e la Svizzera un'altra, il traforo del Monte Bianco e il colle del Gran San Bernardo avrebbero due orologi. Chi lavora di qua e di là — autotrasportatori, frontalieri, albergatori di La Thuile e di Courmayeur — conosce già questa complicazione nei giorni di cambio; la vivrebbe tutto l'anno.

The Local Italy, nel dare conto dell'appello, non indica una data in cui i ministri dovrebbero rispondere, né una maggioranza già formata. Il quadro che emerge è quello di un dossier tecnicamente maturo e politicamente fermo. I deputati chiedono ai ministri dei trasporti di agire; i ministri, finora, hanno lasciato la questione sul tavolo.

Per una regione a statuto speciale c'è anche un aspetto istituzionale. La Valle d'Aosta non ha voce diretta nel Consiglio dei ministri UE, e nemmeno nel negoziato tra governi. La sua posizione passerebbe per Roma, e arriverebbe a Bruxelles solo se il governo italiano decidesse di portarla. È la condizione normale delle regioni piccole, ma in un dossier che tocca la vita quotidiana più di molti altri, vale la pena ricordarlo.

Nel frattempo la valle continuerà a fare quello che fa ogni anno: spostare le lancette, aggiustare gli orari degli impianti, avvisare i rifugi. Domenica l'ora cambierà di nuovo, e con essa cambieranno le sere. Se l'appello dei quarantaquattro eurodeputati avrà seguito, questa potrebbe essere una delle ultime volte in cui la montagna si organizza intorno a un cambio deciso altrove.

Non è una storia drammatica. È una storia di luce, di orari e di chi li decide: il tipo di notizia che in una valle di 123.000 abitanti si sente più che altrove, perché qui la giornata si misura in ore di sole sulle piste e in ore di buio nei villaggi.

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