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FRIULI-VENEZIA GIULIA

Il turismo senza limiti incontra il diritto al decoro: Varenna multa i bagnanti

Un villaggio sul lago Como vieta costume da bagno e petto nudo nelle vie del centro. La tensione tra afflusso turistico e qualità della vita raggiunge l'Adriatico.

Sergio Madrussan863 wordsEdition №40giovedì 9 luglio 2026 — Edizione № 40

Varenna, un piccolo villaggio sulle rive del lago Como, ha introdotto sanzioni fino a 200 euro per i turisti che camminano per le strade del centro con il costume da bagno o a petto nudo. Secondo The Guardian, le autorità locali affermano che la misura mira a mantenere il decoro del luogo e a proteggere la qualità della vita dei residenti.

La decisione di Varenna rappresenta un punto di rottura simbolico in una tensione che attraversa l'Italia intera: la pressione del turismo di massa sulla vivibilità dei luoghi. Mentre il lago Como rimane una destinazione globale per il turismo di lusso, i villaggi che lo circondano affrontano il paradosso di dipendere dai visitatori pur subendone gli effetti.

Per il Friuli-Venezia Giulia, regione di confine dove il turismo è elemento strutturale dell'economia, la vicenda di Varenna pone una domanda urgente: come conciliare l'accoglienza con il controllo? Come proteggere i luoghi senza alienare i visitatori che li sostengono economicamente?

Trieste, Aquileia, le coste dell'Adriatico settentrionale e i percorsi verso i Balcani attirano ogni anno centinaia di migliaia di visitatori. A differenza di Venezia o Firenze, dove il turismo di massa ha raggiunto livelli critici, il Friuli-Venezia Giulia vive un turismo più disperso geograficamente, ma non meno intenso in certi periodi e luoghi. Le spiagge di Grado, Lignano e le rive del fiume Isonzo vedono afflussi estivi che trasformano la dinamica sociale dei piccoli centri.

La misura di Varenna non è un caso isolato. Negli ultimi anni, piccoli comuni italiani hanno cercato di regolamentare il comportamento dei turisti attraverso ordinanze locali: il divieto di mangiare in strada, le restrizioni sul rumore, i limiti agli affitti brevi. Ma la sanzione per il costume da bagno rappresenta qualcosa di diverso: è un tentativo di controllare il corpo dei visitatori, di imporre uno standard di decoro che riflette valori locali.

La questione del decoro è particolarmente delicata in Italia, dove il concetto di 'cafone'—una parola che The Local Italy ha recentemente analizzato come insulto riferito a chi manca di educazione o eleganza—rimane culturalmente rilevante. Varenna sembra aver tradotto questo concetto in una norma amministrativa: il turista che si comporta come 'cafone' pagherà.

Ma la misura nasconde tensioni più profonde. Il turismo che Varenna attrae è spesso turismo di massa, guidato da piattaforme digitali e da guide online che enfatizzano il bagno nel lago come esperienza essenziale. I visitatori arrivano già programmati per togliersi la maglietta e entrare in acqua; lo spazio tra il lago e le strade del paese è minimale. La distinzione tra zona di balneazione e spazio pubblico, che in una città più grande è geograficamente chiara, a Varenna è sfumata.

Nei porti dell'Adriatico settentrionale, il fenomeno si manifesta diversamente. A Trieste, dove il turismo crocieristico è in crescita, i visitatori scendono dalle navi già in abbigliamento da spiaggia, attraversano il centro storico e raggiungono le rive. La città ha finora tollerato questa pratica, vedendola come parte dell'economia turistica. Ma la pressione aumenta: secondo rapporti internazionali sul turismo urbano, Trieste ha registrato un aumento del 15-20% dei visitatori crocieristici negli ultimi tre anni.

La decisione di Varenna riflette anche una frattura generazionale. I residenti più anziani, che ricordano un turismo più rarefatto e formale, vedono nell'abbigliamento casual una perdita di dignità del luogo. I più giovani, che dipendono economicamente dal turismo, sono più ambivalenti: temono che le sanzioni possano scoraggiare i visitatori, ma anche che il turismo incontrollato trasformi il loro ambiente.

Per il Friuli-Venezia Giulia, la lezione di Varenna è complessa. La regione ha un vantaggio rispetto a destinazioni come Venezia: la dispersione geografica del turismo riduce la concentrazione di pressione su singoli luoghi. Ma non è immunizzata dal fenomeno. Le spiagge di Grado, il centro storico di Aquileia, i sentieri delle Alpi Giulie vedono afflussi che richiedono gestione.

La questione non è meramente estetica o morale. È economica e sociale. Un turismo non regolamentato può erodere la qualità della vita locale, scoraggiare i residenti dal frequentare gli spazi pubblici, trasformare i luoghi in scenografie piuttosto che comunità. Ma un turismo eccessivamente controllato, con sanzioni e divieti, rischia di diventare ostile, di trasformare i visitatori in trasgressori.

Trieste, con la sua storia di porto cosmopolita e di incontro tra culture, ha tradizionalmente affrontato questa tensione attraverso l'accoglienza piuttosto che il controllo. Ma anche Trieste ha limiti. La questione di come mantenere apertura e decoro simultaneamente rimane irrisolta.

La misura di Varenna suggerisce una risposta: il controllo amministrativo, le sanzioni, la codificazione di norme di comportamento. Ma essa rischia anche di trasformare i turisti in nemici, di creare una dinamica di sospetto e trasgressione. Una strada alternativa, forse più difficile, sarebbe quella di gestire il flusso turistico attraverso la pianificazione urbana, la diversificazione delle destinazioni, l'educazione dei visitatori. Ma queste soluzioni richiedono tempo, coordinamento, investimento pubblico.

Per il Friuli-Venezia Giulia, la sfida rimane quella di essere una regione di transito che non diventa solo una regione di passaggio. Trieste, Grado, Aquileia, i Balcani: questi luoghi hanno valore intrinseco, non solo come tappe di un itinerario turistico. Mantenerli vivi come comunità, non solo come scenografie, richiede un equilibrio delicato tra apertura e protezione. La multa di Varenna è un tentativo di questo equilibrio, anche se forse troppo rigido.

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