MOLISE
Il New York Times scopre l'autunno italiano, il Molise resta fuori dalla mappa
Il quotidiano americano elenca cinque festival gastronomici autunnali: nessuno è nella regione più piccola d'Italia
Antonio Petrella780 wordsEdition №110giovedì 10 settembre 2026 — Edizione № 110
Il New York Times ha dedicato questa settimana un servizio ai festival gastronomici che accompagnano la vendemmia italiana, indicando cinque celebrazioni da inserire in un itinerario d'autunno. Il pezzo è un classico della stampa estera di viaggio: racconta l'Italia attraverso il cibo, la campagna, le feste di piazza.
Il Molise non c'è. La regione più piccola del Mezzogiorno continentale, con i suoi circa 289mila abitanti, resta fuori anche da questa mappa. Non è una novità: è il modo in cui la copertura internazionale dell'Italia funziona quasi sempre.
Il paradosso è che proprio l'autunno è la stagione in cui il Molise esiste davvero — per la transumanza, per i tratturi, per le piccole vendemmie di montagna. Ma il racconto globale del cibo italiano continua a passare altrove.
Il servizio del New York Times, pubblicato mercoledì 9 settembre, è costruito attorno a un'idea semplice e collaudata: l'Italia come calendario gastronomico. Cinque appuntamenti autunnali, scelti per chi programma un viaggio, presentati come occasioni per toccare con mano la vendemmia e la cultura contadina. La testata americana non entra nel dettaglio delle regioni coinvolte, ma il format stesso — una lista breve, curata, pensata per un lettore internazionale — tende a privilegiare i luoghi già noti.
È il meccanismo che il Molise conosce bene. La regione entra raramente nelle liste internazionali, e quando ci entra è per una ragione sola: la sua assenza. La battuta secondo cui 'il Molise non esiste' è diventata, fuori dai confini, una specie di marchio involontario. La stampa estera l'ha ripresa più volte come curiosità, quasi mai come punto di partenza per raccontare cosa c'è davvero.
Eppure l'autunno molisano ha una sostanza che le liste di viaggio non colgono. È la stagione della transumanza, il movimento delle greggi lungo i tratturi, i sentieri erbosi che collegano l'Abruzzo alla Puglia attraversando l'interno della regione. Un patrimonio che l'UNESCO ha riconosciuto come elemento culturale immateriale, e che nella copertura internazionale compare più spesso come heritage che come prodotto turistico confezionato.
La vendemmia, in Molise, è un fatto di piccola scala. Non ci sono grandi denominazioni che attirano cronisti enologici stranieri. Ci sono vigne sparse, spesso su terreni collinari, gestite da aziende familiari, in un paesaggio che l'emigrazione ha progressivamente svuotato. È esattamente il tipo di agricoltura che le riviste internazionali celebrano in astratto — autentica, resistente, marginale — ma che raramente finisce in un itinerario.
Il divario non è solo di visibilità. È economico. Quando una testata come il New York Times indica cinque mete, quelle mete ricevono prenotazioni, attenzione, investimenti. Le regioni fuori lista restano fuori anche dal circuito che genera reddito. Per un territorio che perde popolazione ogni anno, la differenza tra essere nominati e non esserlo non è vanità: è contabilità.
C'è poi la questione della distanza da Roma e da Bruxelles, che in Molise si sente in modo concreto. I fondi di coesione europei, quando arrivano, finanziano infrastrutture e agricoltura, ma raramente costruiscono la narrazione che rende un luogo desiderabile. Quella narrazione, nel sistema dell'informazione globale, la costruiscono le testate straniere. E le testate straniere raccontano ciò che già conoscono o ciò che qualcuno ha già raccontato.
Non mancano, va detto, i precedenti in direzione opposta. Negli ultimi anni diverse testate internazionali hanno dedicato servizi ai paesi italiani che pagano per attirare nuovi residenti, e il Molise è comparso in alcune di quelle rassegne. È un filone che funziona perché contiene una storia: il declino, lo spopolamento, il tentativo di invertire la rotta. Ma è una storia che racconta la regione attraverso la sua crisi, non attraverso la sua cucina.
Il risultato è una doppia esposizione, entrambe parziali. Il Molise esiste nella stampa estera quando incarna il problema dello spopolamento; non esiste quando si parla di ciò che l'Italia sa fare meglio, cioè mangiare e festeggiare. Le due narrazioni non si incontrano mai.
Il servizio del New York Times non è un torto. È un ritratto accurato di un certo turismo italiano, quello che funziona, quello che il mondo cerca. Ma è anche la prova di come la mappa dell'Italia raccontata all'estero sia più stretta della mappa reale. Alcune regioni entrano di diritto, altre entrano solo per eccezione.
Per il Molise, la domanda non è come finire in una lista del New York Times. È se esiste un modo di raccontare la propria autunnalità — i tratturi, le vigne di collina, le feste di paese — che non passi né dalla lente dello spopolamento né da quella del turismo di massa. Finora, nel racconto internazionale, quel modo non è stato trovato. La regione continua a esistere soprattutto per chi ci vive, e per chi, ogni tanto, decide di andarci senza che nessuno gliel'abbia consigliato.
