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CULTURA

Venezia 2026, il culto del genio maschile frena le registe

May el-Toukhy, una delle due donne in gara per il Leone d'Oro, denuncia un problema strutturale

Eleonora Vanzetti765 wordsEdition107lunedì 7 settembre 2026 — Edizione № 107

Il culto persistente del genio maschile sta soffocando le registe, ha avvertito May el-Toukhy, una delle sole due donne in corsa per il Leone d'Oro al festival di Venezia di quest'anno. La regista danese, presente in laguna con il suo nuovo film Woman Unknown, ha dichiarato al Guardian che la venerazione per i maestri del cinema maschile crea uno 'problema strutturale' per le donne che cercano di affermarsi nell'industria.

Le sue parole arrivano in un'edizione del festival che il Guardian descrive come segnata da un'attenzione particolare al ruolo delle donne dietro la macchina da presa. Su ventuno film in concorso, solo due sono firmati da registe, un dato che riaccende il dibattito sulla parità di genere in un settore che la stampa internazionale segue con crescente attenzione.

El-Toukhy ha raccontato di non aver mai incontrato una ragazza che le abbia detto di voler diventare una regista, mentre molti ragazzi lo fanno. Un'asimmetria che secondo la cineasta affonda le radici in una cultura che continua a celebrare l'idea del singolo autore maschile come genio creativo, a scapito delle possibilità offerte alle donne.

Il festival del cinema di Venezia, giunto alla sua 83ª edizione, si conferma come la vetrina internazionale più importante per il cinema d'autore italiano ed europeo. Quest'anno la manifestazione diretta dalla Biennale ha acceso i riflettori su un tema che la critica straniera segue con attenzione: la presenza delle donne nel cinema di prestigio. Secondo il Guardian, la denuncia di May el-Toukhy arriva in un momento in cui solo due registe su ventuno concorrono per il premio principale, un rapporto che la stampa estera giudica emblematico di un problema più ampio.

La regista di Woman Unknown, già nota per la sua pellicola Queen of Hearts candidata all'Oscar, ha scelto Venezia per presentare un'opera che intreccia paranoia del dopoguerra e tensione psicologica. Il film, ambientato a Copenaghen, racconta di una tata che diventa la nuova padrona di una casa prospera mentre i simpatizzanti nazisti accusati vengono violentemente umiliati. Il Guardian lo definisce 'un dramma-thriller elegantemente realizzato' sul senso di colpa sessuale e la politica del periodo.

Ma è la sua posizione pubblica sulla condizione femminile nell'industria cinematografica ad aver catturato l'attenzione dei corrispondenti stranieri a Venezia. 'Non ho mai visto una ragazza dirmi che vuole fare la regista', ha dichiarato el-Toukhy, sottolineando come la mancanza di modelli femminili visibili contribuisca a scoraggiare le nuove generazioni. La sua riflessione tocca un nervo scoperto del cinema italiano, dove il riconoscimento internazionale delle autrici resta un'eccezione più che una regola.

Il dibattito sulla parità di genere nel cinema italiano ha radici profonde. Negli ultimi anni, la stampa estera ha più volte rilevato come le registe italiane fatichino a ottenere finanziamenti e visibilità paragonabili a quelli dei colleghi maschi, nonostante il successo di critica di opere firmate da donne. La 83ª Mostra del Cinema di Venezia, con la sua programmazione internazionale, diventa così lo specchio di una disparità che il mondo osserva con attenzione.

El-Toukhy ha inoltre criticato la tendenza a considerare il cinema d'autore come un territorio prevalentemente maschile, ricordando che la storia del cinema è piena di esempi di registe il cui lavoro è stato a lungo sottovalutato o dimenticato. Il suo appello a superare il 'culto del genio maschile' risuona in un festival che quest'anno ospita anche opere di altre autrici in sezioni collaterali, ma che al concorso principale vede una presenza femminile ancora limitata.

La questione non riguarda solo l'Europa del Nord, ma investe direttamente il cinema italiano. Le statistiche citate dalla stampa internazionale mostrano che in Italia la percentuale di film diretti da donne rimane tra le più basse d'Europa, nonostante il paese vanti una tradizione di attrici e produttrici di primo piano. Il festival di Venezia, da questo punto di vista, funge da cartina di tornasole per un'industria che fatica a rinnovarsi.

Il Guardian ha ricordato che May el-Toukhy è una delle poche registe ad aver rotto il tetto di cristallo del cinema scandinavo, ottenendo riconoscimenti internazionali con opere audaci e personali. La sua presenza a Venezia, in concorso con un film che affronta temi storici e morali complessi, rappresenta un'eccezione che la stessa regista vorrebbe diventare la regola.

La 83ª Mostra del Cinema prosegue fino alla fine di settembre, con la cerimonia di premiazione che assegnerà il Leone d'Oro. La stampa estera seguirà con attenzione non solo i vincitori, ma anche il dibattito che le dichiarazioni di el-Toukhy hanno aperto. La questione della parità di genere nel cinema d'autore, sollevata con forza da una delle poche registe in concorso, rischia di diventare uno dei temi principali di questa edizione del festival veneziano.

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