OPINION
Venezia, la Biennale e il dilemma europeo sull'arte in tempo di guerra
La Redazione236 wordsEdition №17martedì 16 giugno 2026 — Edizione № 17
La Fondazione Biennale di Venezia ha ricevuto una richiesta formale dalla Commissione europea: spiegare come intende gestire la partecipazione russa all'evento. Ha trenta giorni per rispondere. Non è una minaccia diretta, ma il messaggio è chiaro: Bruxelles vuole sapere se una delle istituzioni culturali più prestigiose d'Europa continuerà a ospitare artisti di una nazione in guerra con un membro dell'Unione.
La Biennale di Venezia è stata storicamente uno spazio dove la politica e l'arte convivono in tensione produttiva. La stampa internazionale ha coperto questa vicenda come un conflitto tra libertà artistica e responsabilità politica europea. Ma il conflitto è più sottile. Non si tratta di vietare l'arte russa — la Biennale non ha mai fatto questo. Si tratta di decidere se un'istituzione italiana, finanziata pubblicamente e radicata in Europa, possa mantenere una neutralità culturale quando la neutralità geopolitica non esiste più.
Quello che la copertura estera coglie correttamente è che Venezia è diventata simbolo di una più ampia tensione europea: come convivere con la cultura di un avversario geopolitico senza legittimare la sua guerra. L'Italia, come paese membro dell'UE e della NATO, non può ignorare questa domanda. Ma la città di Venezia — e la sua Biennale — ha una storia di cosmopolitismo che la rende riluttante a esclusioni categoriche. È una contraddizione che non ha soluzione facile, e che la Commissione europea ha deciso di non risolvere direttamente, ma di rimandare alla responsabilità dell'istituzione stessa.
