CULTURA
La Coppa Volpi e il centro per l'impiego: la vincitrice di Venezia
Mathilde Arcel, miglior attrice a Venezia per Woman Unknown, racconta al Guardian di aver percepito l'indennità di disoccupazione danese fino a pochi giorni prima della vittoria
Eleonora Vanzetti838 wordsEdition №117mercoledì 16 settembre 2026 — Edizione № 117
Il festival del cinema di Venezia si è chiuso sabato con il Leone d'Oro a Woman Unknown, il dramma di May el-Toukhy su una domestica danese nel secondo dopoguerra. Il premio per la migliore interpretazione femminile, la Coppa Volpi, è andato alla protagonista Mathilde Arcel, che ha raccontato al Guardian di percepire l'indennità di disoccupazione danese e di aver dovuto volare di nuovo a Copenhagen per presentarsi al centro per l'impiego.
Secondo il Guardian, Arcel ha spiegato che l'iscrizione era avvenuta pochi giorni prima della vittoria, e che solo dopo il premio hanno iniziato ad arrivare le offerte di lavoro. È una dichiarazione che sposta l'attenzione dal red carpet alle condizioni materiali di chi fa cinema in Europa: la precarietà degli interpreti, anche quando il film che li contiene vince il festival più antico del mondo.
Il Guardian ha seguito la vicenda come una storia culturale, non come un aneddoto: il contrasto tra il palco del Lido e la coda allo sportello danese è diventato il modo in cui la stampa estera ha raccontato questa edizione. Il New York Times ha dal canto suo registrato il dato principale, la vittoria di Woman Unknown, ricordando che Possible Love di Lee Chang-dong ha ottenuto il secondo premio.
Il festival del cinema di Venezia si è chiuso sabato con il Leone d'Oro a Woman Unknown, il dramma di May el-Toukhy su una domestica danese negli anni inquieti del secondo dopoguerra.
Vale la pena leggere le due coperture insieme. Il Guardian, che ha raccontato il festival anche attraverso le scelte dei vincitori, ha parlato di "scelte audaci e virtuose"; il quotidiano americano si è fermato al palmarès e alla trama del film. La rivelazione di Arcel appartiene alla prima linea di lettura: non al verdetto, ma al dietro le quinte del lavoro culturale.
La stessa edizione ha visto il premio speciale della giuria andare a NAZA, il film diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, girato di notte sui tetti di Tel Aviv e prodotto dallo stesso Guardian. Il regista ha detto che "è importante che gli israeliani vedano questo film": anche questa è una dichiarazione sul rapporto tra un festival e il mondo che gli sta intorno, non solo un ringraziamento.
Per la Biennale, il bilancio internazionale di quest'anno è duplice. Da un lato il ritorno di un'autrice donna al Leone d'Oro — May el-Toukhy è l'ottava regista donna a vincere, secondo il Guardian — dopo le critiche ricevute dal festival per la scarsità di registe in concorso. Dall'altro, l'attenzione che la stampa estera ha dedicato alle condizioni di chi lavora nel cinema, non solo ai film.
È qui che l'edizione veneziana tocca un tema che riguarda anche il sistema culturale italiano. La Mostra è ospitata in un paese dove il lavoro dello spettacolo è da anni al centro di un dibattito su continuità di reddito e tutele; la vicenda di Arcel, raccontata da un giornale britannico, offre al pubblico italiano una prospettiva esterna su una questione interna. Non è un caso che il Guardian abbia scelto di aprire il pezzo con l'indennità, non con il premio.
C'è poi la questione della lingua e della circolazione. Woman Unknown è un film danese, premiato in Italia, distribuito e raccontato in inglese: la catena che porta un'opera dal set al pubblico internazionale passa per i festival e per la stampa che li copre. La rivelazione di Arcel è diventata parte di quella catena: un dettaglio biografico che aiuta a vendere il film come storia di persone reali.
La Biennale, dal canto suo, ha chiuso un'edizione che la stampa estera ha letto come un tentativo di riscatto dopo le polemiche sulla rappresentanza di genere. Il Guardian ha scritto che il festival "potrebbe essersi riscattato" con la sua lista di vincitori; il condizionale è la misura esatta di quanto la questione resti aperta, anche quando i numeri sembrano favorevoli.
Per chi segue il cinema italiano da fuori, il segnale è ambivalente. Da un lato Venezia resta la vetrina in cui un film europeo può diventare visibile al mondo; dall'altro, la storia di Arcel ricorda che la visibilità non coincide con la stabilità. Un premio cambia la carriera, ma arriva a cose fatte: la disoccupazione non è un dettaglio da tabloid, è la condizione da cui molti interpreti partono.
Il seguito più concreto è già nelle parole dell'attrice: le offerte, dice al Guardian, sono arrivate dopo la vittoria. È la dinamica che il festival produce ogni anno, e che la stampa estera racconta con regolarità. Resta da vedere se la discussione sulle tutele, sollevata da un premio vinto in Italia, troverà spazio anche nel dibattito che il paese ospita.
La Mostra del cinema chiude così la sua ottantatreesima edizione: un Leone d'Oro a un film danese, una Coppa Volpi a un'attrice che si era iscritta al centro per l'impiego, un premio speciale a un documentario prodotto da un giornale britannico. Letta dalla stampa internazionale, Venezia appare meno una passerella e più un luogo dove il cinema europeo mostra insieme il suo prestigio e la sua fragilità.
