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CULTURA

Gerda Taro esce dall'ombra di Capa: il biopic che divide Venezia

Il Guardian racconta il film sulla fotografa morta in Spagna e la domanda su chi scattò davvero la foto del 'soldato che cade'

Eleonora Vanzetti416 wordsEdition115lunedì 14 settembre 2026 — Edizione № 115

Gerda Taro era una delle fotoreporter più impavide del Novecento e la prima donna di cui si abbia notizia uccisa mentre copriva una guerra. Il Guardian riferisce che un biopic a lei dedicato è stato presentato alla Mostra del cinema di Venezia, con l'intento dichiarato di sottrarre la fotografa dall'ombra dell'amante e collega Robert Capa.

Il film arriva mentre i ricercatori continuano a discutere l'attribuzione della celebre immagine del 'soldato che cade' della guerra civile spagnola, storicamente legata allo pseudonimo Robert Capa, nome sotto cui la coppia pubblicava. Secondo il Guardian, la paternità di quello scatto resta contestata.

Taro morì in Spagna nel 1937, a ventisei anni, schiacciata da un carro armato durante il ritiro da Brunete. La sua opera, per decenni letta come complemento a quella di Capa, è oggi al centro di una rilettura che la stampa estera segue con attenzione.

Per il pubblico italiano il caso ha una coda concreta: molte delle sue immagini sono conservate e studiate in archivi internazionali, e la loro attribuzione incide sul valore e sulla lettura critica di un capitolo della fotografia europea che passa anche dall'Italia.

Il Guardian inquadra il biopic dentro una tendenza più ampia del festival: la riscrittura delle figure femminili che la storia dell'arte ha consegnato in secondo piano. La stessa Mostra, ricorda il giornale, ha assegnato il Leone d'Oro a una regista donna, May el-Toukhy.

La questione dell'attribuzione non è solo accademica. Il valore di mercato, il prestigio dei musei e la collocazione nelle storie della fotografia dipendono da chi si ritiene autore di uno scatto. Quando l'autrice è una donna e il nome che circola è quello del compagno, la posta in gioco diventa anche politica.

La Mostra del cinema, ricorda ancora il Guardian, ha ospitato quest'anno anche un documentario premiato, NAZA, e film come Possible Love di Lee Chang-dong: un programma costruito su autori e autrici che lavorano sul confine tra memoria e testimonianza.

Il biopic su Taro si inserisce in una stagione di festival europei in cui il cinema guarda sempre più spesso alla fotografia e all'archivio come materiale narrativo, non solo come illustrazione.

Resta da vedere se il film troverà distribuzione ampia in Italia, dove il documentario d'arte e il cinema d'autore dipendono da un circuito di sale e festival limitato. Il Guardian non fornisce dettagli sull'uscita italiana.

La domanda che il film lascia aperta è semplice e scomoda: quante altre firme di donne sono state assorbite da nomi più noti, e quanto tempo servirà perché gli archivi rispondano.

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