CULTURA
Venezia, Khrzhanovsky porta DAU al suo centro: il genio maudit di Landau
Il Guardian recensisce l'epica cupa del regista russo: vent'anni di lavorazione e un protagonista che finalmente emerge
Eleonora Vanzetti756 wordsEdition №110giovedì 10 settembre 2026 — Edizione № 110
Il Festival del cinema di Venezia ha ospitato la proiezione del capitolo centrale di DAU, il progetto epico di Ilya Khrzhanovsky dedicato allo scienziato sovietico Lev Landau. Il Guardian ne ha pubblicato la recensione, firmata dalla sua critica cinematografica, descrivendolo come un'opera che finalmente si concentra sul «genio maudit» che ha ispirato l'intera serie.
La recensione apre con un paragone che vale come giudizio: sarebbe come se Christopher Nolan si fosse distratto mentre realizzava Oppenheimer e avesse deciso di spendere vent'anni e milioni di dollari altrui. È una misura dell'ambizione e del costo del progetto, che il Guardian colloca tra le imprese più radicali passate dalla Mostra.
DAU non è un film nel senso convenzionale: è un corpus di immagini girato in un ricostruito istituto sovietico, con comparse che vissero per anni dentro il set. Il Guardian lo tratta come un oggetto che sfida le categorie della critica, e nota che solo ora il personaggio di Landau emerge come centro narrativo.
Per Venezia, che ha costruito la sua identità sulla capacità di assorbire opere-limite, il caso DAU è una conferma del ruolo che la stampa internazionale le riconosce: il luogo dove il cinema si misura con i propri eccessi.
Il Guardian ne ha pubblicato la recensione, descrivendolo come un'opera che finalmente si concentra sul «genio maudit» che ha ispirato l'intera serie. La critica del quotidiano britannico lo presenta come il momento in cui il progetto trova il suo centro umano.
È una misura dell'ambizione e del costo del progetto. Il Guardian non nasconde lo scetticismo, ma riconosce che l'operazione ha una scala che il cinema contemporaneo raramente tollera.
Il Guardian lo tratta come un oggetto che sfida le categorie della critica. Solo ora, scrive, il personaggio di Landau emerge come centro narrativo, dopo che i capitoli precedenti avevano privilegiato l'ambiente collettivo.
Landau, fisico teorico sovietico, premio Nobel, è una figura che la cultura russa ha consegnato al mondo come emblema dell'intelligenza sotto pressione. Il progetto di Khrzhanovsky lo trasforma in un caso cinematografico prima ancora che biografico. La recensione del Guardian insiste su questa ambiguità: il film parla di Landau, ma anche del metodo con cui è stato realizzato.
Venezia ha una storia lunga nel legittimare opere che altrove non troverebbero spazio. La Mostra ha ospitato negli anni film che hanno ridefinito il rapporto tra durata, spazio e spettatore. Il caso DAU si inserisce in questa tradizione, e la copertura internazionale lo tratta come un appuntamento che riguarda la critica più che il mercato.
Il progetto ha una storia di produzione che il Guardian evoca senza dettagliarla: anni di lavorazione, un set permanente, finanziamenti che hanno suscitato discussioni. La recensione non entra nel merito delle polemiche, ma il paragone con Oppenheimer serve anche a ricordare che il cinema di ambizione totale ha un costo che ricade su chi lo finanzia.
Per il pubblico italiano, DAU arriva attraverso il filtro della stampa straniera. La Veduta non può affidarsi alle testate nazionali per ricostruire la ricezione locale. Quello che resta è il giudizio del Guardian: un'opera che, nel suo capitolo centrale, trova finalmente il proprio protagonista.
La presenza di Khrzhanovsky al Lido conferma una tendenza che la critica internazionale osserva da anni: Venezia come piattaforma per il cinema che non cerca il consenso immediato. Il Guardian lo dice in modo implicito, trattando DAU come un oggetto da studiare più che da consumare.
Resta da capire quale sarà il destino distributivo del progetto. Il Guardian non lo affronta nella recensione, ma la domanda è inevitabile per un'opera di questa scala. Venezia, in questi casi, funge da vetrina critica: quello che accade dopo dipende da altri circuiti.
Il paragone con Oppenheimer non è casuale. Il film di Nolan ha mostrato che il grande pubblico può sostenere una biografia scientifica di tre ore. DAU, secondo il Guardian, si muove in direzione opposta: non cerca la sintesi, ma la dispersione controllata. È una scommessa diversa, e la recensione non nasconde che il risultato è discontinuo.
La critica del Guardian riconosce al progetto un valore che definisce «epico e cupo». Sono due aggettivi che tornano nella copertura internazionale di DAU da anni. Il capitolo veneziano aggiunge un elemento nuovo: la centralità del personaggio, che prima era diluita nell'insieme.
Per la redazione Cultura, il caso DAU è un esempio di come la stampa estera legga Venezia come laboratorio. Non è un film che genera notizie di cronaca, ma un oggetto che la critica usa per discutere lo stato del cinema d'autore. La Mostra, in questo senso, continua a funzionare come piattaforma di legittimazione critica.
