CULTURA
Venezia incorona Woman Unknown: l'ottava regista donna al Leone d'Oro
May el-Toukhy vince con un dramma sul secondo dopoguerra danese; Possible Love di Lee Chang-dong è il secondo classificato, NAZA il premio speciale della giuria.
Eleonora Vanzetti780 wordsEdition №114domenica 13 settembre 2026 — Edizione № 114
Il festival del cinema di Venezia ha assegnato il Leone d'Oro a Woman Unknown, il dramma diretto dalla regista danese May el-Toukhy, che segue una serva danese negli anni inquieti del secondo dopoguerra. Lo riportano il Guardian e il New York Times, entrambi presenti alla cerimonia di chiusura di sabato.
Secondo il Guardian, el-Toukhy diventa l'ottava regista donna a vincere il Leone d'Oro nella storia della Mostra. Il giornale britannico legge il verdetto come una possibile riparazione dopo le critiche pesanti ricevute dal festival per la scarsità di registe donne in concorso.
Il secondo premio è andato a Possible Love di Lee Chang-dong, mentre il premio speciale della giuria è stato assegnato a NAZA, documentario prodotto dal Guardian sul bilancio delle vittime civili a Gaza. Il New York Times ricorda che il film di el-Toukhy è un dramma d'epoca, ambientato in un periodo che la testata definisce inquieto.
Nella stessa giornata il Guardian ha pubblicato un'analisi dal titolo che parla di "scelte audaci e virtuosistiche", sostenendo che la lista dei vincitori potrebbe aver riscattato un'edizione partita sotto il segno delle polemiche.
Il Guardian aveva già dedicato un articolo, il giorno prima, a un altro tratto dell'edizione: il muro dei commenti scritti del festival, il forum in cui il pubblico sfoga la propria furia contro i film visti e contro gli organizzatori. Il giornale osserva che in un'industria che dipende dai capricci volubili del gusto, i festival esistono per stabilire dei fatti — e il muro serve a ricordare quanto quei fatti siano contestati.
Il peso simbolico del Leone d'Oro a una regista donna è il tema su cui insistono le due testate anglofone. Il Guardian parla esplicitamente di un festival che "potrebbe essersi riscattato" proprio attraverso la composizione della sua lista di vincitori, dopo un'edizione aperta dalle critiche sulla rappresentanza femminile in concorso.
Il premio a NAZA aggiunge al palmarès una dimensione politica. Il documentario prende il titolo, secondo il Guardian, da un termine militare israeliano per le presunte "vittime collaterali" e si basa sulle testimonianze di ufficiali dei servizi segreti. Alla première, riferisce ancora il Guardian in un video pubblicato l'11 settembre, il film ha ricevuto una standing ovation di venticinque minuti.
La coincidenza tra il riconoscimento a un'opera così esplicitamente politica e il Leone d'Oro a un dramma d'epoca danese racconta due anime del festival: quella che il Guardian chiama la vocazione a stabilire fatti di gusto, e quella che non rinuncia alla presa diretta sul presente.
Venezia Immersive, la sezione dedicata ai nuovi media, ha chiuso i battenti nello stesso fine settimana. Il Guardian racconta che le installazioni in realtà estesa hanno portato i visitatori dalle rovine della Cisgiordania alla Amsterdam del XVII secolo, passando per i curiosi passanti virtuali e per le opere sul cambiamento climatico. Il giornale nota che quest'anno, per la prima volta, le mostre continuano a vivere oltre il festival.
Il palmarès non è l'unico segnale che la stampa estera legge da Venezia. Il Guardian ha recensito nei giorni scorsi DAU, il progetto epico di Ilya Khrzhanovsky sullo scienziato Lev Landau, definendolo un "folle inferno sovietico" che raggiunge finalmente il suo personaggio centrale. Il paragone scelto dalla recensione è quello di un Christopher Nolan distratto durante le riprese di Oppenheimer.
Per la redazione Cultura, il dato che resta è questo: il festival è tornato a essere, per la stampa internazionale, un luogo in cui si misura la rappresentanza e non solo il gusto. Le due testate che hanno coperto la chiusura — Guardian e New York Times — convergono sul fatto principale, il Leone d'Oro a Woman Unknown, e divergono sull'enfasi: il primo insiste sul riscatto di genere, il secondo sulla natura d'epoca del film premiato.
Il Guardian, nell'analisi di chiusura, cita anche il documentario prodotto in casa come uno dei momenti che hanno definito l'edizione. È un dettaglio editoriale, non una notizia: la testata britannica è insieme organizzatrice e cronista di una parte del palmarès.
Resta da vedere cosa resterà di questa edizione nella memoria della Mostra. Il Guardian sembra suggerire che la risposta dipenderà da quanto la lista delle vincitrici sarà letta come eccezione o come correzione di rotta.
Le testate straniere non riportano, al momento della chiusura, cifre sul pubblico o sui numeri dell'edizione. Le uniche cifre citate riguardano il palmarès: l'ottava regista donna premiata con il Leone d'Oro, i venticinque minuti di applausi a NAZA, il secondo premio a Lee Chang-dong.
Per chi segue il cinema italiano da fuori, la lettura che emerge dalla stampa anglofona è netta: Venezia ha chiuso con un verdetto che le due principali testate presenti descrivono come audace, e con una sezione immersiva che per la prima volta non si esaurisce con il festival.
