CULTURA
Venezia, il documentario su Musk di Gibney e l'avvertimento di St Clair
Il Guardian e il New York Times raccontano la prima del film di quattro ore: «Elon è una bomba», dice l'ex compagna
Eleonora Vanzetti637 wordsEdition №110giovedì 10 settembre 2026 — Edizione № 110
Il documentario di quattro ore su Elon Musk firmato da Alex Gibney ha avuto la sua prima al Festival del cinema di Venezia. Il New York Times ne ha scritto nella sezione Arts, notando che gran parte del materiale non è nuovo, ma che l'operazione vuole che lo spettatore prenda Musk sul serio come minaccia alla democrazia.
Il Guardian ha pubblicato una recensione che definisce il film «studio epico dell'uomo più ricco e più banale del mondo». La critica descrive un documentario che intervista ex colleghi, mogli, il padre del trilionario e un avatar in computer grafica.
Alla prima veneziana ha parlato Ashley St Clair, ex influencer conservatrice e una delle ex fidanzate-madri di Musk. Il Guardian riporta la sua frase: «Elon è una bomba». St Clair ha avvertito del pericolo che, secondo lei, la sua influenza rappresenta.
Il Guardian riferisce anche un dettaglio raccontato da St Clair: Musk le avrebbe detto di aver bisogno di «una legione di figli prima della guerra civile». È una dichiarazione riportata dall'ex compagna durante la presentazione veneziana, e il quotidiano britannico la cita come parte della testimonianza.
È una sintesi che dice molto sul taglio del film: non un'inchiesta con rivelazioni, ma una costruzione di quadro.
L'elenco delle fonti è parte del metodo: Gibney mette insieme testimonianze dirette e ricostruzioni.
La sua presenza alla presentazione è diventata parte della notizia.
È una dichiarazione riportata dall'ex compagna durante la presentazione veneziana. Il quotidiano britannico la cita come parte della testimonianza, senza aggiungere verifiche indipendenti.
Il New York Times osserva che il documentario non porta rivelazioni sostanziali. La sua tesi è che la forza del film stia nella accumulazione: mettere tutto insieme per rendere visibile un pattern. È una scelta registica che il quotidiano americano descrive come deliberata.
Venezia, negli ultimi anni, ha ospitato diversi documentari che hanno fatto notizia più per i soggetti che per la forma. Il caso Gibney rientra in questa tendenza. La Mostra offre una piattaforma che i film biografici su figure pubbliche sfruttano per ottenere attenzione internazionale prima dell'uscita sulle piattaforme.
La durata di quattro ore è un elemento che entrambe le testate registrano. Il Guardian la tratta come parte dell'ambizione del progetto, il New York Times come dato di fatto. Per il pubblico, significa una fruizione che difficilmente avverrà in sala: il documentario è pensato per un circuito diverso.
La figura del padre di Musk, intervistato nel film, è uno degli elementi che la critica segnala. Il Guardian lo cita tra le voci raccolte. È un dettaglio che indica come Gibney abbia costruito il ritratto anche attraverso la storia familiare, non solo attraverso la cronaca aziendale.
L'avatar in computer grafica è un altro elemento che il Guardian menziona. Non è chiaro dal testo come venga utilizzato, ma la sua presenza segnala una scelta di messa in scena che va oltre il documentario tradizionale. La critica non lo discute in profondità, ma lo registra come parte del metodo.
Per il pubblico italiano che segue Venezia attraverso la stampa straniera, il caso Musk è un esempio di come la Mostra funzioni come cassa di risonanza. Le dichiarazioni di St Clair sono diventate notizia perché rilasciate al Lido. Senza la prima veneziana, probabilmente non avrebbero avuto la stessa circolazione.
Il New York Times e il Guardian convergono su un punto: il documentario non cambia quello che si sa di Musk. La differenza, secondo entrambi, sta nella costruzione. È un giudizio che riguarda il cinema più che la politica, e che spiega perché Venezia abbia scelto di ospitarlo.
Resta da vedere quale sarà la distribuzione del film. Né il Guardian né il New York Times lo specificano nei pezzi citati. Quello che emerge è che la prima veneziana ha già prodotto il suo effetto: il documentario è diventato un argomento di discussione internazionale prima di essere visto dal grande pubblico.
