CULTURA
Venezia applaude NAZA, i registi temono per la loro sicurezza
Il documentario su Gaza divide il festival: ovazioni in Sala Grande, minacce in Israele mentre il paese vota
Eleonora Vanzetti884 wordsEdition №121domenica 20 settembre 2026 — Edizione № 121
Il festival del cinema di Venezia ha chiuso una delle sue edizioni più contestate con un episodio che il Guardian descrive come un momento di "silenzio sbalordito" seguito da un applauso collettivo. Nella Sala Grande del Palazzo del Cinema, il pubblico si è alzato quasi all'unisono al termine della proiezione di NAZA, il documentario dedicato a Gaza.
Secondo il corrispondente culturale del Guardian, l'entusiasmo della sala non ha trovato alcun riscontro in Israele. I registi del film hanno riferito di aver ricevuto minacce mentre il paese attraversa una campagna elettorale definita febbrile dalla stessa testata.
Il caso si aggiunge a quello dell'attrice iraniana Laleh Marzban, premiata come migliore interprete esordiente per Falling House e poi bersaglio di condanne ufficiali dopo aver dedicato il riconoscimento "alle donne dell'Iran". Il Guardian ha documentato entrambe le vicende, descrivendo un festival attraversato da tensioni politiche che vanno oltre lo schermo.
Per la redazione Cultura, la doppia vicenda conferma come il Lido sia tornato a essere, secondo la stampa estera, un luogo dove il cinema si misura con la politica internazionale più che con il mercato.
Il Guardian ha ricostruito la scena con precisione: nella Sala Grande, la principale sala di proiezione del Palazzo del Cinema, il pubblico è rimasto immobile per qualche istante prima di alzarsi quasi all'unisono. È il tipo di reazione che il festival ha conosciuto in passato per film capaci di intercettare un'emozione collettiva, ma in questo caso la testata britannica sottolinea come l'ovazione sia arrivata al termine di una proiezione segnata da polemiche precedenti.
Secondo il Guardian, il contrasto è netto. Mentre a Venezia il documentario otteneva il plauso della critica e del pubblico, i suoi registi affrontavano in Israele una reazione ostile, con minacce che la testata colloca nel quadro di una campagna elettorale in corso. Il giornale non entra nel dettaglio delle misure di sicurezza adottate, ma il quadro che emerge è quello di un film diventato oggetto di contesa politica prima ancora della sua distribuzione.
La vicenda di NAZA non è isolata. Il Guardian ha seguito anche il caso di Laleh Marzban, attrice iraniana premiata a Venezia come migliore esordiente per la sua interpretazione in Falling House, dove interpreta una donna tenuta in ostaggio dal padre. Dopo aver dedicato il premio "alle donne dell'Iran", Marzban ha ricevuto quelle che il giornale definisce gravi condanne da parte delle autorità del suo paese.
Le due storie, raccontate dalla stessa testata a poche ore di distanza, disegnano un festival in cui il riconoscimento artistico e la pressione politica procedono insieme. È un tema che la copertura internazionale della Mostra del cinema ha affrontato più volte negli ultimi anni, e che quest'anno il Guardian ha posto al centro della sua cronaca da Venezia.
Per il pubblico italiano che legge la stampa estera, l'elemento più significativo è forse la distanza tra la sala e il mondo esterno. Il Guardian descrive l'ovazione veneziana come un gesto collettivo, ma non manca di ricordare che gli stessi autori del film vivono una condizione di rischio nel loro paese. La cronaca del festival diventa così, ancora una volta, una cronaca politica.
Venezia ha una lunga tradizione di festival che riflettono le fratture del loro tempo. La Mostra del cinema è nata nel 1932 come vetrina internazionale e ha attraversato decenni di tensioni geopolitiche, dalle edizioni del dopoguerra ai boicottaggi e alle polemiche degli anni recenti. La stampa straniera tende a leggere ogni edizione attraverso questa lente, e il Guardian non fa eccezione.
Il contesto israeliano descritto dalla testata britannica è quello di una campagna elettorale in corso, elemento che secondo il giornale contribuisce ad alimentare la durezza delle reazioni. Il Guardian non quantifica le minacce né identifica i responsabili, ma parla esplicitamente di "astio" nei confronti dei registi. La cautela è d'obbligo: si tratta di una ricostruzione giornalistica, non di un atto giudiziario.
Sul versante iraniano, il caso Marzban segue un copione noto alla stampa internazionale. Attrici e registi iraniani hanno più volte visto premi internazionali trasformarsi in problemi con le autorità di Teheran, e il Guardian colloca la vicenda di Falling House in questa serie. Il film racconta una storia di prigionia domestica, un tema che il giornale britannico collega esplicitamente al gesto della dedica.
La redazione Cultura osserva che entrambe le vicende sono state raccontate dalla stampa estera come storie di cinema e di politica insieme. È una cornice ricorrente: i festival europei vengono letti come termometri delle libertà artistiche nel mondo, e Venezia, per la sua posizione e la sua storia, si presta più di altri a questa lettura.
Resta da vedere quali conseguenze avranno i due casi sulla distribuzione dei film e sulla presenza dei loro autori nei prossimi appuntamenti internazionali. Il Guardian non anticipa nulla in proposito, e su questo punto la copertura resta aperta. Quello che il giornale documenta è il presente: un festival che ha dato visibilità a due opere, e due gruppi di autori che pagano quella visibilità con pressioni e minacce.
Per i lettori italiani, la vicenda offre anche una prospettiva sul modo in cui il paese viene raccontato dall'estero. Venezia non è descritta come una cornice neutra, ma come uno spazio in cui le contraddizioni globali trovano un palcoscenico. È una lettura che la stampa internazionale propone da anni, e che questa edizione del festival ha confermato con particolare intensità.
