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CULTURA

Venezia applaude NAZA, Israele minaccia: il documentario dalle due platee

Il Guardian racconta le reazioni opposte al film su Gaza premiato al Lido: ovazione in Sala Grande, campagne ostili in Israele

Eleonora Vanzetti474 wordsEdition124mercoledì 23 settembre 2026 — Edizione № 124

Il festival del cinema di Venezia ha riservato al documentario NAZA una delle sue accoglienze più nette: secondo il Guardian, al termine della proiezione nella Sala Grande del Palazzo del Cinema il pubblico si è alzato quasi all'unisono, dopo un primo momento di silenzio sbalordito. È la descrizione di un'ovazione che il corrispondente del quotidiano britannico colloca tra i momenti più intensi dell'edizione.

Alla stessa ora, racconta sempre il Guardian, i registi del film affrontavano in Israele critiche veementi e minacce di morte, in un clima di campagna elettorale infuocata. Lo stesso documentario, dunque, arriva a due pubblici che ne leggono il senso in modo opposto: opera acclamata dalla critica internazionale al Lido, bersaglio politico nel paese che più direttamente riguarda.

Per la redazione Cultura de La Veduta la notizia non è soltanto il premio o lo scandalo, ma il modo in cui la stampa estera racconta Venezia come cassa di risonanza: un festival che amplifica una disputa politica lontana e la restituisce al mondo come giudizio critico.

Il Guardian non è l'unica testata estera ad aver seguito il caso: la vicenda è entrata nel circuito dei festival come esempio di come un film possa diventare, in poche ore, un fatto politico prima ancora che cinematografico. La Sala Grande, storicamente il luogo delle ovazioni più lunghe e delle contestazioni più rumorose del Lido, ha fornito al documentario la sua prima platea internazionale.

Vale la pena ricordare che Venezia ha una lunga tradizione di film che hanno trasformato il red carpet in un terreno di scontro: dalle edizioni in cui il festival è stato accusato di ospitare pellicole scomode, alle rassegne in cui le polemiche hanno superato le recensioni. Il caso NAZA si inserisce in questa storia, ma con una differenza: la reazione ostile non arriva dalla sala, ma da un paese esterno, e attraverso canali che il festival non controlla.

Il tema tocca direttamente il mestiere dei festival: selezionare un documentario significa assumersi il rischio delle sue conseguenze. Il Guardian descrive registi che passano in poche ore dall'applauso della critica alla necessità di protezione, un arco narrativo che dice molto su quanto sia diventato sottile il confine tra programmazione artistica e presa di posizione.

Resta da capire cosa accadrà dopo Venezia: la distribuzione internazionale del film, le reazioni delle altre rassegne, e se il dibattito resterà confinato alla politica israeliana o diventerà un caso più ampio sul ruolo dei festival europei. Il Guardian, per ora, si limita a registrare le due reazioni estreme, senza anticipare gli sviluppi.

Per il pubblico italiano che segue il Lido da fuori, il caso NAZA è anche una lezione su come funziona la macchina del consenso festivaliero: un'ovazione in Sala Grande non è solo un giudizio estetico, ma un atto che entra immediatamente nel discorso pubblico globale. La stampa estera lo ha capito e lo ha raccontato come tale.

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