CULTURA
Wenders a Venezia chiarisce: i registi non devono stare alla larga dalla politica
Il regista tedesco, dopo le polemiche di inizio anno, precisa il suo pensiero sul rapporto tra cinema e impegno civile
Eleonora Vanzetti480 wordsEdition №109mercoledì 9 settembre 2026 — Edizione № 109
Il regista tedesco Wim Wenders ha scelto il Festival del cinema di Venezia per chiarire le sue opinioni sul rapporto tra cinema e politica, messe in discussione da alcune dichiarazioni all'inizio dell'anno. Secondo quanto riferito dal Guardian, Wenders ha detto di non credere che i registi debbano stare alla larga dalla politica, rettificando le interpretazioni che erano circolate.
Le parole di Wenders, raccolte dal quotidiano britannico, arrivano in un festival che quest'anno vede un numero significativo di film di impegno civile, dal documentario di Alex Gibney su Elon Musk alle opere delle registe che denunciano il culto del genio maschile nel cinema.
La precisazione di Wim Wenders arriva dopo mesi di dibattito. All'inizio dell'anno, il regista di "Paris, Texas" e "Il cielo sopra Berlino" aveva rilasciato dichiarazioni che erano state interpretate come un invito ai cineasti a non mescolare cinema e politica, suscitando polemiche nel mondo del cinema internazionale. A Venezia, Wenders ha voluto dissipare ogni equivoco: non crede che i registi debbano astenersi dall'impegno politico, ma piuttosto che il cinema debba trovare il suo modo proprio di affrontare le questioni pubbliche.
La precisazione del regista tedesco si inserisce in un dibattito più ampio che anima il festival veneziano in questa edizione. Da un lato, il documentario di Gibney su Musk — presentato al Lido con grande risonanza — dimostra come il cinema di inchiesta possa affrontare direttamente i temi della democrazia e del potere; dall'altro, le parole della regista danese May el-Toukhy, che ha denunciato il "culto del genio maschile" come un ostacolo strutturale per le registe, mostrano come il festival sia anche il luogo in cui il cinema interroga se stesso.
Il Guardian, che ha seguito da vicino le dichiarazioni di Wenders, ricorda come il regista sia stato a lungo considerato una delle voci più autorevoli del cinema europeo, capace di coniugare ricerca estetica e attenzione al mondo contemporaneo. Le sue opere, dai road movie degli anni Settanta ai documentari più recenti, hanno sempre mantenuto uno sguardo critico sulla società, senza mai ridursi a semplice propaganda.
La posizione di Wenders, così come emerge dalle sue parole a Venezia, sembra essere quella di chi distingue tra un cinema che "entra nel campo della politica" in modo didascalico e un cinema che invece sa interrogare il presente attraverso le proprie forme espressive. Una distinzione sottile, che il regista ha voluto chiarire davanti alla platea internazionale del Lido per evitare che le sue precedenti dichiarazioni fossero fraintese.
Il festival di Venezia si conferma così, anche in questa edizione, come il luogo in cui i grandi temi del cinema — e del suo rapporto con il mondo — trovano uno spazio di discussione privilegiato. Le dichiarazioni di Wenders si aggiungono a quelle di Gibney, di el-Toukhy e di molti altri registi presenti al Lido, componendo un quadro ricco e articolato del dibattito culturale contemporaneo.
Per il pubblico italiano e internazionale che segue il festival, la precisazione di Wenders offre uno spunto di riflessione sul ruolo del cineasta nella società: un ruolo che, come il regista tedesco ha voluto sottolineare, non può e non deve essere separato da una consapevolezza politica, ma che deve trovare nel linguaggio cinematografico la sua forma più autentica di espressione.
